Italiani 13 Ottobre 2026

Luciano D’Abbruzzo: “Padre”, quello che resta quando impariamo a lasciare andare

È un disco di poesie... è un libro di canzoni. Vedetela un poco come più vi fa sentire felici. L'abbandono e la rinascita, il peso delle radici vere...

Etichetta
Pensieri Sbagliati
Anno
2026

Un bambino seduto in metropolitana, assorto nella lettura mentre il mondo presumibilmente corre fuori dal finestrino. Già dalla copertina Luciano D’Abbruzzo sembra metterci davanti alla misura più autentica di “Padre”: non tanto insegnare una strada quanto lasciare qualcuno libero di percorrerla. E forse osservare da lontano, quando sarà il momento.

Otto canzoni che vivono speculari al libro di poesie “Madre”, cinquantadue poesie più una: due parole archetipiche, due ruoli, due modi differenti di custodire e tramandare. D’Abbruzzo torna dunque a far coincidere musica e pagina scritta, ma trovo che questa volta il confine sia ancora più sottile. La genitorialità diviene memoria, educazione, responsabilità civile e soprattutto passaggio del testimone.

E il suono non cerca modernismi obbligatori ed è anzi un manifesto all’opera artigiana del musicista. Ha preso forma alle Officine Meccaniche, con Taketo Gohara e una formazione fatta di strumenti veri, archi, piano, Hammond, tromba e chitarre… “Padre” respira come certi dischi nei quali la produzione è gentile, a volte trasparente, di quelle sensazioni che hai quando tutto è ovvio che sia così… naturale. C’è la nudità quasi rituale di “Pilato”, pianoforte e batteria a reggere il peso del tradimento; c’è la dimensione sentimentale di “L’amore dovrebbe andare” che il nostro disegna su una composizione di Fabrizio Foschini, la denuncia che diviene metafora dentro “Plastica nel mare”, la guerra osservata dalla parte delle vittime in “Trenino giallo”. E poi “Davanti la chiesa” si fa festa o comunque ci sento anche qiuel certo veleno di fondo a insozzare la gioia… forse questo è tra i quadri più cinematografici del disco dove convivono provincia, persiane, silenzi, una piccola orchestra che sembra trasformare il paese in un circo notturno.

D’Abbruzzo scrive ancora cercando le piccole cose, evitando quella necessità contemporanea di gridare per essere ascoltati. Persino quando entra nella cosa pubblica, quando arrivano Falcone, Borsellino, Navalny, Gino Strada, la canzone non diventa comizio: resta gesto umano, posizione morale. Anche artisticamente il centro sembra essere proprio questo: non consegnare certezze ma strumenti, non camminare davanti ma accanto. È un disco che quasi quasi disegnerei a matita. Poi alla fine il pop d’autore non è fatto per dare scossoni alle forme… e non si deve ascoltare questo disco pensando alle rivoluzioni del grande commercio. La tecnologia, almeno per ora, lasciatela fuori.