Storie 1 Febbraio 2002

Mainstream

Nel ‘96 abbiamo ascoltato un sacco di musica. Abbiamo parlato di indie, roots, drum ‘n’ bass, trance, brit-pop, gangsta, jungle, low-fi, post-pop e chi più ne ha più ne metta, per cercare di orientarci nel mondo divenuto complicatissimo ma che ci piace ancora chiamare rock.

Però se è vero che le mode ed i relativi generi musicali si sono moltiplicati dando vita ad un panorama sempre più complesso, è altrettanto vero che per tenerne il passo siamo obbligati a mantenere una concezione globale e totalizzante di “musica”. Come interpretare altrimenti le evoluzioni funamboliche dei protagonisti della scena rock?


Di recente Billy Corgan, leader degli Smashing Pumpkins, uno dei gruppi più di tendenza degli anni Novanta, ha rilasciato una intervista ad MTV dichiarando che il futuro è del drum ‘n’ bass e che diversamente il rock sarà morto. Che si tratti di un’affermazione sensazionalista ? E che dire allora del nuovo bellissimo album di David Bowie, contenente dieci brani di pura jungle? Per altri versi poi ci sembrano indicativi due dei casi discografici del ‘96.

Il primo è Load ovvero il goffo tentativo di riciclaggio dei Metallica, uno dei gruppi più significativi del metal che per quanto sia oggi unanimemente misconosciuto, ha rappresentato il movimento più prolifico della seconda metà degli anni Ottanta. Il secondo è Emancipation per il quale Prince ha addirittura cambiato nome in The Artist. Si tratta di un lavoro ciclopico in cui i tre dischi rappresentano altrettante distinte anime dello stesso egocentrico autore.

Questi pochi dati mi sembrano emblematici dell’attuale panorama musicale: da una parte incerto, contraddittorio e senza riferimenti determinanti, dall’altra coloratissimo, vivo e fervente come non mai.

Il rock, in sostanza, ci ha abituato a sentire e vedere cose incredibili senza stupire. Il tempo di stupire non c’è perchè se sono cambiati e continuano a cambiare i modi di fare musica, sono cambiati a maggior ragione i modi di fruirne e soprattutto i tempi. Questo fa sì che ciò che sei mesi fa suonava come rivoluzionario ed unico oggi è vecchio e superato. Le nostre orecchie, divenute in questi anni assai più elastiche, si sono abituate alla stridente informità della scena musicale.


Il rock si evolve freneticamente e non è più disposto a riconoscere i modelli ereditati dal passato se non riletti in chiave nuova. Giusto i Beatles rappresentano un’eccezione a questa urgenza di nuovo, battendo l’ennesimo record di vendite e dimostrandosi ancora in grado di meravigliare con la loro terza antologia. Ma i Beatles, si sa, sono un’altra cosa.


Tra gli artisti e i gruppi in vita non esistono più i miti intoccabili da idolatrare ad ogni sortita, se non ad opera di critici affezionati e fan storditi. E’ cosi, per esempio che il bello e attesissimo album di Patti Smith si è confuso tra le altre centinaia di dischi usciti negli stessi giorni e non dà certo l’impressione di poter essere consegnato alla storia. Sarà pur vero poi che l’ultimo dei R.E.M. è un gran bel disco ma forse è anche troppo perfetto. Può essere considerato il suggello ad un’onoratissima carriera, fissando tutto ciò che di buono i R.E.M. hanno scritto dai loro primi singoli ad oggi. E’ proprio per questo che New adventures in hi-fi, nonostante il titolo, è un disco che ha veramente poco da dire. Lo stesso si può dire dei Pearl Jam che dopo aver rappresentato ai massimi livelli la rivoluzione del grunge, si ergono definitivamente con il loro No code al ruolo di vate, a profeti delle nuove generazioni. Diventano un monumento e smettono di essere musicisti.


A scanso di equivoci bisogna dire che non abbiamo alcun pregiudizio nei confronti delle super-star del firmamento musicale e non intendiamo liquidarle tanto facilmente. Siamo sempre pronti a riconoscere il merito di chi, e non sono pochi, smentisce la regola secondo cui l’invecchiamento nel rock è deleterio. Un nome per tutti: Paul Weller che un anno e mezzo fa ha pubblicato Stanley road, uno dei dischi più belli della sua carriera e di questi anni in genere oltre che una grande lezione ai giovanissimi gruppi etichettati brit-pop.

A tempo con il ribollire del magma-rock-del-‘97 la figura del musicista si è dovuta adeguare aderendo alla nuova realtà incredibilmente frastagliata e mutevole. Proprio così ha fatto Tricky, considerato personaggio dell’anno da molte testate specializzate e in grado di far parlare di sé come nessun altro durante il ‘96. A fine anno è uscito il suo secondo disco Pre-millenium tension, lavoro controverso e difficile almeno quanto il primo che nel bene o nel male ha ispirato tutta la nuova scena underground inglese. Tricky, al di là del valore del suo disco, non perde occasione per dimostrarsi un artista poliedrico entrando in diverse produzioni ed intrattenendo collaborazioni con alcuni dei nomi più noti e più interessanti della scena mondiale come Elvis Costello, Grace Jones, Garbage, Whale, Bush e Terry Hall. Così come Tricky, in Inghilterra agiscono Bjork ed Everything but the girl, entrambi provenienti dal pop ma evolutisi con un occhio rivolto al mercato e l’altro alle tendenze più attuali, impersonando la figura del “musicista-contaminatore” dei nostri giorni. Ogni loro singolo si presta a innumerevoli remix fino a perdere la fisionomia originaria, testimoniando al meglio la trasversalità della musica del ‘97. Dall’altro polo musicale del mondo, gli Stati Uniti, vengono i Beastie boys, nati più che altro come fenomeno commerciale e diventati artisti maturi e ricercati. Mentre il loro prossimo disco dovrebbe uscire tra qualche mese, hanno fondato un etichetta propria, creato un genere, proseliti in tutto il mondo e collaborano singolarmente con i giovani gruppi più trendy d’America. Nel ‘96, sempre dall’America, arriva Beck che con il suo secondo album, Odelay, conferma le sue doti di eclettismo e probabilmente pubblica uno dei manifesti del rock di questi anni.

Costante urgenza di nuovo, si diceva, e contemporaneamente grande versatilità. Questo è il pubblico rock del ‘97. Ascoltiamo Fugees, Fun Lovin’ Criminals, DJ Shadow, Lamb e Kula Shaker tra i migliori esordienti dell’anno passato, ma senza bisogno di giurare che faranno il rock del futuro. Noi ci accontentiamo di ascoltare i loro dischi (quando possiamo permettercelo!) e di goderne, almeno finché non ci arriverà qualcosa di più emozionante.


Conoscendo il mercato della musica possiamo dire che il prossimo bel lavoro uscirà a giorni. Conoscendoci possiamo dire che noi saremo lì, pronti ad acchiapparlo al volo e a gridare al genio per un giorno o forse anche meno…