Mark Lanegan live @ Parco Rosati – Roma, 11 luglio 2017
Il richiamo dello sciamano è troppo forte e batte la concorrenza di tante altre sirene musicali che per una coincidenza perversa si sono accavallate nella stessa serata sparse per Roma a poca distanza tra di loro. Certo, pensando a certe grigie settimane invernali, fa impressione registrare che nello stesso giorno ospitiamo all’interno del sacro G.R.A.: Ryan Adams, Michael Chapman, Devendra Banhart e lo sciamano.
A rendere il tutto ancora più avventuroso, un cambio di location che ci proietta nell’inedita cornice del Parco Rosati, teatro di tante serate all’insegna della musica latino americana e appena arrivati l’atmosfera si fa subito surreale aggiungendo quel tocco di romanità che riporta ai primi concerti rock inizio anni ottanta, improvvisati in stabilimenti balneari a Torvaianica o nel bel mezzo dei parchi storici della Capitale.
Tutto subito si intona con l’arrivo dei seguaci più fedeli dello sciamano che a pochi minuti dall’inizio del concerto, gremiranno gli spazi dell’arena circolare del Parco Rosati che, a dispetto del tono fiestarolo, si cala in un’atmosfera che non sarebbe stata diversa su una terrazza, in una chiesa o in un capannone industriale.
L’arrivo di Lanegan è preceduto da un breve e ruvido unplugged di Lyenn (che poi ritroveremo sul palco al basso) e dalla brillante esibizione di Duke Garwood che in duo con il suo batterista, comincia a macinare frequenze ruvide ed intense per svolgere al meglio il ruolo di coerente antipasto del concerto.
Le pause tra le prime due apparizioni e l’arrivo di Lanegan sono brevi, giusto il tempo di appoggiare la seconda birra ed ecco avvicinarsi al microfono lo sciamano, per chi lo ha già visto dal vivo, immutato, immobile e sempre incredibilmente carismatico.
Aleggia su questa sua nuova tournée lo spettro di un disco che non ha entusiasmato. Ed è proprio sulle note di un pezzo di Gargoyle, Death’s Head Tattoo, che prende a muoversi l’onda sonora di un concerto che alternerà le nuove cose dell’ultimo disco con i suoi pezzi da novanta (“The Garavedigger’s Song” e “Riot In My House”).
A tenere sempre sul giusto filo della tensione l’intera performance, l’incredibile voce dello sciamano che non tradisce mai le attese creando più di qualche pelle d’oca nei presenti con quella irripetibile profondità e ruvidità che la contraddistingue e la rende inimitabile.
La versione di Lanegan con la band al completo è più convenzionale e lo porta dal vivo ad una risoluzione quasi orecchiabile, riuscendo nell’intento di far digerire anche i pezzi di Gargoyle che risultano molto più corposi mischiati all’interno di una scaletta che riserva anche due importanti citazioni con le cover di Deepest Shade dei Twilight Singers e di Love Will Tear Us Apart dei Joy Division.
Ritornare al cospetto di Lanegan sortisce sempre un effetto diverso, nonostante la sua imperturbabile solennità. E la scelta di avventurarsi su nuove sonorità con l’ultimo disco è solo il sintomo di una voglia di esplorare nuove frequenze senza perdere mai quella sua magica aurea di sciamano del deserto
Setlist
1. Death’s Head Tattoo
2. The Gravedigger’s Song
3. Riot in My House
4. No Bells on Sunday
5. Wish You Well
6. Hit the City
7. Nocturne
8. Emperor
9. Goodbye to Beauty
10. Beehive
11. Ode to Sad Disco
12. Harborview Hospital
13. Deepest Shade (The Twilight Singers cover)
14. Harvest Home
15. Floor of the Ocean
16. Torn Red Heart
17. One Hundred Days
18. Head
19. Methamphetamine Blues
Encore
20. The Killing Season
21. Love Will Tear Us Apart (Joy Division cover)


