Emergenti 28 Febbraio 2017

Moonage Mantra

L'album ha natura duale: la prima metà segue il solco della tradizione new-wave e cantautorale della band; la seconda è più sperimentale e graffiante

Artista
DORIAN GRAY

Prendete Blaine Reininger (Tuxedomoon), Luca Masseroni (Tre Allegri Ragazzi Morti) e Sebastiano De Gennaro (Calibro 35, Le Luci Della Centrale Elettrica), quali ospiti d’eccezione. Poi prendete Davide Toffolo, Ausonia, Andrea Bruno, Gildo Atzori e Marino Neri, quali autori dell’artwork. Metteteteli insieme in un disco di una band storica dell’alt-rock italiano come i Dorian Gray e ne avrete un lavoro impossibile da ignorare.

Il marchio, attivo fin dai primi Anni’90, dà alle stampe la sua settima fatica, la terza del nuovo corso dopo la reunion del 2007 che seguì allo scioglimento di nove anni prima. Un nuovo corso di cui è il solo leader e principale compositore Davide Catinari a fare da trait d’union col passato.

L’album ha natura duale: la prima metà segue il solco della tradizione new-wave e cantautorale della band; la seconda è più sperimentale e graffiante. Dualità che si riflette dapprima sulla lingua utilizzata – l’italiano per i primi 4 brani, l’inglese per i restanti 5 (ma ognuno dei due lotti è chiuso da uno strumentale, rispettivamente Kali Yuga e Dreams Never Sleep) – e poi sull’identità stessa del combo giacchè il “lato A” è effettivamente a firma DG, mentre il “B” li vede indossare i panni dei loro spiritelli gemelli Golem In Love: quando è la maschera a rivelarci davvero.

L’atmosfera è cupa, gravida di oscuri presagi, ma è difficile inquadrare i pezzi in un genere preciso, a conferma della natura sfuggente di un ensemble capace di muoversi con estrema naturalezza tra suoni organici, chitarre, tastiere, synth, loop e drum-machine. Così come con naturalezza sanno cambiare registro ad ogni step, passando da quello folk di Quasar a quello danzereccio di Crowded Brain, da quello acustico e introspettivo di Atacama Baby a quello acido di Voodoo Connection.