Classic Rock 13 Marzo 2011

Moving The Mountain

Per chiunque cerchi qualcosa di nuovo, lasciate perdere. Ma se invece volete fare un bel salto nel passato con una band con la stoffa e il physique du rôle necessari, allora siete nell'ascolto giusto.

A volte ritornano. In un’epoca segnata dalla smodata ricerca di gruppi usa-e-getta, spacciati per salvatori della musica e spremuti per bene per i primi due-tre dischi, quanto basta per generare l’ipnosi collettiva, sorprende da una parte e aggrada dall’altra ascoltare ancora del buon, vecchio rock secondo l’antica ricetta. Messi definitivamente da parte i dinosauri, oramai buoni per qualche nostalgica e triste rimpatriata in famiglia, il testimone passa alle nuove generazioni. Testimone applicato alla lettera, passo passo, senza molta fantasia ma con grinta e passione.
I ferraresi Underground Railroad, sotto l’egida di Enrico Cipollini, cantante, chitarrista e factotum del gruppo (firma tutti i pezzi e lo sottolinea diverse volte nel libretto, tanto per non lasciare adito a dubbi), tolgono la polvere dalle copertine dei vecchi dischi di papà e ci danno dentro con pezzi che di nuovo hanno solo la data di registrazione, ma che suonano maledettamente bene. Complice l’ottima qualità della produzione (presso il New Frontiers Recording Studio a opera di Ugo Bolzoni) e le capacità dei tre musicisti, il disco suona più che bene e convince. Nel repertorio rientrano canoni e riferimenti vari, reinterpretati secondo una sensibilità spiccata e dotata: si passa dal singolo dal titolo scottiano ”Black Rain”, energica, possente e ignorante quanto basta per interpretare brillantemente il cliché, al blues da Cream passati per l’hard rock di ”Same Old Place”, al riff à la ”Moby Dick” di ”Chain Gang”.
Cipollini sa recitare bene la sua parte, grazie anche a un timbro di voce caldo e solo lievemente rauco, un po’ Bruce, un po’ AOR anni ’80, un po’ addirittura il primo Steven Tyler. I brani più potenti sono anche i migliori, e consentono una carrellata ampia e variegata attraverso tutte le incarnazioni della musica del diavolo: ”Part Time President” ha più di un debito con i Rage Against The Machine; ”A New Machine” ci porta invece negli anni ’80, muovendosi secondo stilemi cari ai Living Colour, almeno nella strofa.
A parte le ballate, un po’ telefonate (tollerabile ”Hard To Let Go”, dal vago sapore hendrixiano; piuttosto melensa ”Rainstorm”), questo disco è un vero Bignami dell’hard rock. Per chiunque cerchi qualcosa di nuovo, lasciate perdere. Ma se invece volete fare un bel salto nel passato con una band con la stoffa e il physique du rôle necessari, allora siete nell’ascolto giusto.