Nero che più nero non si può
Probabilmente i fortunati che sono riusciti ad entrare a “La Palma Club” hanno assistito al miglior concerto dell’estate Romana superiore anche, quanto meno in termini di intensità e di coinvolgimento emozionale, a quello dello stesso Keith Jarret.
Lei, Cassandra, è una star di prima grandezza, e come tutte le star ha fatto un po’ di bizze all’inizio: non intendeva essere ripresa dalle telecamere dei vari TG (nemmeno per un servizio informativo di tre minuti) ed il concerto non è iniziato fino a quando i riluttanti giornalisti non hanno smontato il loro armamentario. L’organizzatore del concerto nel tentativo di rassicurare la platea, indispettita oltre che dal ritardo anche dalla mancanza di posti a sedere, ha terrorizzato gli spettatori ricordando come, in passato, l’adorabile Cassandra sospese un concerto dopo pochi minuti a causa della puntura di una zanzara.
Alla fine tutto si è risolto. E la vocalist, preceduta da tre strumentisti di prim’ordine, è comparsa sul palco come una autentica regina tribale avvolta da una bellissima gonna di seta rossa che la rendeva, se possibile, ancor più seducente e carismatica. Dotata di una presenza scenica eccezionale, ha incitato i suoi ragazzi a dare il massimo. Durante il concerto si avvicinava loro a turno e con la sua gestualità, con i suoi sorrisi, sembrava quasi aiutarli a tirare fuori l’anima. E questa anima è uscita: nera che più nera non si può.
Due fotografi si sono affannati durante i primi due pezzi ad immortalarla a ripetizione, dopo di che lei gli ha mandato un bacio e con un sorriso, che non ammetteva repliche, li ha invitati a sedersi senza scattare più foto. I due, disciplinatamente, si sono seduti come scolaretti badando solo, da quel momento in poi, a godersi lo spettacolo.
Cassandra rappresenta (pur con le sue adorabili treccine bionde) l’anima nera dell’America di oggi.
I brani (quasi tutti tratti dall’ultimo album “Belly Of The Sun”, impreziositi però da fantastici assoli alle percussioni ed alla chitarra e da una spiritualità che la registrazione non riesce a trasmettere) ci hanno fatto ripiombare agli albori del jazz, ai campi di cotone, sulle rive del Delta ed ancora più indietro nel cuore dell’africa nera, sfiorando di passaggio anche l’altro mondo nero extra africano: il Brasile. Ma questo ritorno al passato non è una nostalgica, e magari raffinata, riproposizione di vecchie atmosfere. In realtà si tratta di una riscoperta, di una rivisitazione delle radici permeata dalla piena consapevolezza di tutto ciò che il jazz, e non solo, ha rappresentato sino ai giorni nostri con tutta la sua evoluzione. Insomma siamo ritornati nel “sud del sud” ma con un bagaglio di emozioni e sofferenze accumulato in più di un secolo di vita e musica, portandoci dietro la nostra eredità culturale fatta di Jazz sì, ma anche di Rock, Blues, Pop, Country. Il risultato è qualcosa di assolutamente nuovo straordinario e coinvolgente.
Alle percussioni Jeff Haynes una autentica furia della natura dotato di un tocco potente, delicato e raffinato ad un tempo. Tramite gli strumenti di Jeff abbiamo sentito vibrare il ritmo della savana.
Alla chitarra acustica (ma nel bis di rito anche a quella elettrica) il fantastico e virtuoso Marvin Sewell, ripiegato sul suo strumento, con l’espressione sofferente di chi è sempre sul punto di piangere, guardava la sua musa ispiratrice ed ha tirato fuori tutta la sua negritudine.
Ottimo anche il contrabbassista Mark Peterson.
Un distillato di emozioni autentiche, ritmi delicati, nostalgici e tuttavia trascinanti, vibrazioni musicali vere e graffianti.
Ogni tanto la stella nera sul palco si soffermava a guardare la luna e sembrava trarre da essa nuove energie che prontamente venivano riversate sulla platea rapita ed entusiasta.
Scomodi, seduti in terra, sudati, avremmo potuto ascoltarla per ore ed ore senza accorgerci del trascorrere della notte.
Grazie Cassandra!


