Orlando Andreucci
Il risultato è un mosaico di episodi in bilico tra la bozza nova, il walzer e lo standard jazz che offrono il fianco alla voce profonda, forse troppo, del cantautore.
- Artista
- Orlando Andreucci
- Etichetta
- Interbeat/Egea
Sono dieci canzoni spoglie ed essenziali quelle che compongono questo nuovo lavoro di Orlando Andreucci, cantautore romano che decide di raccontare a modo suo storie, pensieri e passioni di una vota vissuta da chansonnier. E lo fa accompagnandosi alla sua chitarra e avvalendosi in aggiunta solo di un pianoforte di stampo jazzistico; in effetti il risultato è un mosaico di episodi in bilico tra la bozza nova, il walzer e lo standard jazz che offrono il fianco alla voce profonda – forse troppo – del cantautore.
Che più che cantare sembra interpretare e recitare i testi delle sue canzoni, spesso un po’ forzati a causa dell’eccessiva ricerca della rima a ogni costo. La sensazione di stanchezza arriva un po’ prima della metà del disco e questo perché in una produzione fatta di solo voce, chitarra e piano il rischio di ripetersi è alto.
La scrittura musicale è raffinata, attinge – come già evidenziato sopra – alle progressioni tipiche del jazz, l’arrangiamento di piano è studiato e presente in tutto il disco; quello che stanca è il cantato monocorde attestato su un registro davvero basso, il che rappresenta un problema se si considera che oltre un piano e una chitarra acustica non c’è nulla.
Alla fine si finisce per ascoltare la base finemente suonata, e per un cantautore questa è la cosa peggiore.


