Q’est ce que c’est la parisienne? – E.P.
Di assolutamente innovativo, i Dusty Tweed non fanno granché. Però quello che fanno, lo fanno in modo accattivante, energico e anche abbastanza riconoscibile e personale
La prima cosa che si nota, senza conoscere i Dusty Tweed e andando a visitare il loro my space, sono sicuramente le belle ragazze in costumi d’altri tempi che promuovono i loro titoli in stile molto, ma davvero molto, The Fratellis. La prima cosa che si nota invece conoscendo Marco Di Blasi, il batterista di questa formazione milanese, è il grande entusiasmo riposto nel progetto e la grande passione per la propria musica. E – alla fine – la prima cosa che si nota, ascoltando la loro musica, è che non è affatto male.
Certo non si può dire che nelle sei tracce dell’ep “Q’est ce que c’est la parisienne?” i Dusty Tweed abbiano creato un nuovo genere oppure spalancato nuove frontiere nel panorama musicale. Di assolutamente innovativo, i Dusty Tweed non fanno granché. Però quello che fanno, lo fanno in modo accattivante, energico e anche abbastanza riconoscibile e personale.
“Q’est ce que c’est la parisienne?” è infatti un lavoro molto carico, in cui i ritmi punk e le chitarre non lasciano quasi mai il tempo di rifiatare e accompagnano rapidamente le liriche (non troppo impegnate ed in lingua inglese) interpretate spesso in modo scanzonato. Oltre al brano che dà il nome all’ep – che rimane forse quello più rappresentativo dell’intera produzione – merita una segnalazione anche “Choices”, la cui strofa è guidata da incroci di riff quasi Arctic Monkeys. I pezzi sono inoltre spesso caratterizzati da strutture piuttosto composite, in cui vengono ben inseriti stacchi, variazioni, riff e soli di chitarra.
Tuttavia un limite di questa band (oltre al fatto di non cantare in italiano che a mio parere rimane una scelta un po’ riduttiva) è quello di avere uno stile sì ben definito ma forse un po’ ripetitivo. L’unica traccia che veramente si discosta (almeno nelle strofe) dai toni del resto del lavoro è infatti “Dirty Shoes”, traccia questa che ha il grosso difetto di avere un’introduzione pericolosamente simile a quella di “Everywhere” di Michelle Branch.
Riuscire – mantenendo uno stile riconoscibile – a variare un po’ di più le atmosfere e i ritmi, mettendo da parte qua e là le distorsioni, rappresenterebbe quindi un passo avanti importante nell’ottica della produzione di un vero e proprio album. Del resto, “Up The Bracket” ha la sua “Radio America”, “Costello Music” la sua “Whistle For The Choir” e “Favourite Worst Nightmare” la sua “Only Ones Who Know”.


