Riccardo Ceres
In questo disco d’esordio, la parola è il fulcro, il parlato è predominante, Ceres sembra voler illustrare la vita del sud Italia, tramite alcuni racconti di quotidianità spietata, storie nere e senza speranza, ma tutto sembra un po’ troppo stereotipato per i giorni nostri.
- Artista
- Riccardo Ceres
- Etichetta
- Il Popolo del BluesMateriali Sonori
“James Kunisada Carpante” francamente è un po’ fuori dal tempo. Voler ricuperare vecchi stili, senza molta originalità crea un po’ di banalità e pesantezza. Le tracce si trascinano lentamente e nonostante il sax di Mariano Lucchese faccia di tutto per inserire qualche perla di vigore, il sound non decolla. Con la traccia “Il Piccione” anche se con un po’ più di energia e con un ottima parte chitarristica, si entra a piè pari in un mondo sempre più cupo e lento (che non vuol dire blues).
Anche se Tom Waits ricorre spesso come un fantasma in questo album, ed ormai sembra essere diventato un must per i giovani artisti italiani, dai Capossela a quasi tutte le nuove leve, Riccardo Ceres, con difficoltà, tenta di capire qual’é il proprio percorso interiore e lo racconta con le esperienze di vita vissuta. Ci si limita troppo spesso infatti con facilità a seguire le orme dei più grandi musicisti del nostro tempo senza pensare alla propria visione della vita e non si riesce spesso a farne emergere la vera essenza.
In questo disco d’esordio, la parola è il fulcro, il parlato è predominante, Ceres sembra voler illustrare la vita del sud Italia, tramite alcuni racconti di quotidianità spietata, storie nere e senza speranza, ma tutto sembra un po’ troppo stereotipato per i giorni nostri, un po’ come James Gandolfini alias Tony Soprano nella serie americana: davvero una strana combinazione di ingredienti.
Forse Paolo Belli avrebbe potuto creare questo disco nel 1989 con i Ladri di Bicilclette, e non avrebbe assolutamente sfigurato dandogli quel tocco di soul in più per alleggerire in maniera più felice l’impianto compositivo, ma “James Kunisada Carpante” è un disco scuro, blues, sincero ed è un buon lavoro d’intenti per la capacità di ricerca e lo spessore dell’artista casertano.
Per comunicare come facevano i cantastorie in un passato non troppo remoto, Ceres mette la musica al servizio della parola ed è appunto in alcuni brani parlati (come nella traccia “Il Santo”) che si trovano i migliori momenti di questo concept.
Molto blues e lievissimi accenni jazz, ne fanno musicalmente parlando, un ottimo disco ma c’è ancora molta strada da fare se si vuole arrivare ad un lavoro più fruibile e completo. La sua scrittura cinematografica dai tratti visionari non può venire meno ad una capacità di tradurre maggiormente un sapore nostrano e la lente di un cantautore italiano non può essere offuscata in maniera così preponderante da una d’oltreoceano con cui si fa difficoltà ad immedesimarsi.
Tracce:
01. Bloody Night
02. Dal Colabrodo
03. Il Piccione
04. Il Cavalcatore Di Fantasmi
05. Il Santo
06. Jimmy’s Blues
07. Carne Fresca
08. Era Un Bravo Ragazzo
09. Sale D’Amor
10. Il Sonno
11. Il Barbiere
12. Full To The Brim
13. La Ballata Delle Menti Intelligenti
14. Il Piccolo Pescatore
15. Full To The Brim


