Supernatural
“Supernatural” ha il difficile compito di cristallizzare la carriera di Jont, arrivato alla decisiva svolta della carriera. Cioè quella di diventare fatalmente una star oppure una delle tante meteore del panorama indie pop-britannico
- Artista
- Jont
- Etichetta
- Unlit Records
Il “gigante scalzo” del New Acoustic Movement britannico dopo una serie di brillanti successi di pubblico e critica (seguitissimo dai primi in concerto e coccolato dai secondi sulle riviste specializzate) si ripresenta con il suo secondo album e mezzo, se contiamo oltre al lavoro d’esordio “28” anche il più recente EP “One Long Song” e il singolo “You Can Be The Stars”.
“Supernatural” ha il difficile compito di cristallizzare la carriera di Jont, arrivato alla decisiva svolta della carriera. Cioè quella di diventare alternativamente e fatalmente una star oppure una delle tante meteore del panorama indie pop-britannico. E quindi non più una brutta copia di Chris Martin, James Blunt o Damien Rice (anche se, soprattutto vocalmente, a quest’ultimo somiglia davvero) come qualcuno, anche con un po’ di cattiveria gratuita, lo ha definito.
L’album registrato la scorsa estate tra Parigi e Londra è curatissimo nei suoi raffinati arrangiamenti acustici e nella estrema pulizia del suono della chitarra e della voce di Jont, e più in generale dal punto di vista prettamente tecnico non si possono fare molti appunti.
A fare da apripista è la title track, brano assolutamente avvolgente ed agrodolce che nonostante prenda in prestito la linea melodica del ritornello di “Breakthrough” – una misconosciuta, ai più, canzone del Richard Wright solista (sì, il tastierista dei Pink Floyd) – si appresta a diventare di diritto uno dei cavalli di battaglia presenti e futuri del giovane songwriter inglese. Le successive “Candlelit”, “Sweetheart” e “Don’t Waste All Your Tears” mostrano a pieno la direzione di maturazione artistica che Jont sta cercando di perseguire. Si tratta di composizioni valide che pescano, citano e ammiccano più o meno velatamente a grandi cantautori come Lou Reed (“Candlelit” si pone a metà tra “Walk On The Wild Side” e le morbide ballate del terzo album dei Velvet Underground) Jackson Browne e Nick Drake, e non per caso risultano anche essere la colonna portante di tutto il lavoro.
In realtà è difficile trovare una canzone brutta o non sufficiente, il problema è che aleggia sui restanti pezzi una strana sensazione di “già sentito” e una leggera monotonia di fondo senza spunti eccellenti che facciano gridare al miracolo. Quelli che riescono ad elevarsi grazie alla loro melodia accattivante sono “House Of Dreaming” e “Another World”.
La sensazione è che una maggiore varietà stilistica avrebbe sicuramente giovato e garantito un miglior risultato finale per l’album, che in troppi punti (nonostante sia piuttosto breve, circa 40 minuti) sembra scorrere accomodandosi lievemente e quasi sottotono nel finale di “The Way Home”, titolo che quasi sottolinea un viaggio partito con grande entusiasmo e concluso con un pò di stanchezza e pochi sussulti.
Non è una bocciatura; la strada imboccata è sicuramente interessante, ma irta di pericoli se il giovane songwriter non deciderà di evolvere il suo sound e cercare nuove direzioni musicali, altrimenti correrà il rischio di ripetersi e rimanere sepolto sotto i suoi stessi colpi. Insomma, promosso ma con riserva.


