The Courteeners + The Holloways + The Paddingtons live @ Gravity Festival, Parco Rosati – Roma, 20 settembre 2008
Dopo la buona risposta dello scorso anno, l’organizzazione del Gravity Festival ha deciso di bissare l’evento, caricandolo di grandi aspettative. Presentato da Popcorn Chic e Qoob Tv, in collaborazione con Comcerto Eventi, il cast di quest’anno era particolarmente atteso dagli amanti del brit sound per la presenza di importanti nomi del panorama anglosassone (probabile causa del minimo aumento di biglietto da 10 a 13 euro più prevendita).
Le prime note made in England a far vibrare l’aria sono dei The Paddingtons. Il pubblico pende dalle loro labbra per la fama di “casinisti” e di dispensatori di energia che li precede. I protetti di Pete Doherty salgono sul palco forse aspettandosi più gente, più calore, o forse le voci sul loro conto sono state gonfiate esageratamente, fatto sta che mi trovo davanti cinque tipici inglesi che sembrano star lì per caso e che hanno la presenza scenica di una band alle prime armi. Anche musicalmente, chi si aspettava un bagno di sferzante punk garage, si trova banalmente nel mezzo di un concerto che sarebbe passato inosservato, se non fosse che i cinque sono acclamati già solo per essere stati i supporter dei Babyshambles. Insignificanti.
Intorno alle 23.15 salgono sul palco i The Holloways, tocca a loro cercare di risollevare le sorti del Gravity Fest. Con i quattro londinesi finalmente si inizia a respirare un po’ di buona musica; sono ironici, frizzanti e trascinati e con il loro folk rock aprono i rubinetti di un live che prende il volo quasi immediatamente. Il pubblico si agita, soprattutto tra le prime file, allungando le mani per battere il cinque agli inglesini dai cappelli di paglia, tipici della moda indie. Tra le battute finali del loro set inseriscono anche un pezzo inedito e la divertente e ormai famosissima “Generator” che fa impazzire i presenti, “schizzati” a ballare nel mezzo dell’arena. Simpatici.
Tra un cambio palco e l’altro si ha la possibilità di fare un giro nella Qoob Area nella quale è allestita una mostra di quadri e foto di artisti emergenti; in uno spazio adiacente, vicino alla postazione dei dj, invece, è possibile curiosare tra le bancarelle di oggetti fai-da-te di marchi indipendenti: da collane, ad orecchini, a magliette, a borse.
A chiudere il concerto alla Live Arena ci sono gli attesissimi The Courteeners che, come da aspettative, danno vita al miglior set della serata; per loro questa è l’unica data italiana oltre ad essere un’anteprima nazionale. Il quartetto di Manchester è musicalmente valido e sin dalle prime note avvolge il pubblico con un rock maturo e vibrante, per poi passare a melodie più pacate e distese, figlie del primissimo album “St. Jude”. Corposi.
Conclusosi il concerto, si alternano in consolle Andy Ferretti, Wah Wah Club feat. Daniele Reale e W.W.B. che trasformano l’arena in una grande disco rock: è ancora presto per andare a dormire e c’è ancora tanta buona energia nell’aria.
Nella Qoob Area si dà il via alle presentazioni degli artisti più interessanti della Factory. Tra essi da segnalare Psycho Fag un “tuttofare” che scrive, registra, produce e canta da solo il suo electro rap che difficilmente fa rimanere impassibili. Il gazebo, in contrapposizione con l’arena-discoteca, diventa un piccolo rave, dove luci spente e poi ad intermittenza disegnano l’atmosfera perfetta per un tipo di musica che fa assolutamente scatenare. La stessa sensazione che dà il sound dei torinesi Future Social Junk, molto bravi nel loro genere, e che ad un occhio vergine potrebbero sembrare anche originali ma che ricalcano troppo da vicino gli Houduken!. Comunque entrambi i progetti interessanti e da seguirne i risvolti futuri.
Si conclude così questa seconda edizione del Gravity Festival, un po’ al di sotto delle aspettative: difficilmente ci si trova davanti a band che diano qualcosa di nuovo al panorama musicale, difficilmente realtà inglesi di grande portata riescono a sconvolgere i battiti cardiaci di chi ha cucito nella testa ritornelli vecchi di cinque dieci, vent’anni, ancora attuali. Per una volta il palco “minore” e “fuori dagli schemi” come quello della Qoob Area batte i “titani” del Live Arena, come a dire che fortunatamente non sempre la (pop)olarità vince.


