This Mirror Weighs a Ton
Un album che per gli INTERPOL sfiora più volte la reinvenzione senza compierla del tutto ma già dal primo ascolto sembra essere il loro lavoro più convincente dell'ultimo decennio.
- Artista
- Interpol
L’immagine che ci si pone davanti è quella di un lampadario appeso composto da telecamere a circuito chiuso, cover dell’ultimo lavoro di una band iconica che sembra non aver smarrito mai la propria strada. Questi sono gli Interpol, che da oltre vent’anni sono riconoscibili per la loro capacità di non mutare, impeccabili dal punto di vista musicale e nell’aspetto, in definitiva resistenti ad ogni cambiamento.
Intanto si sono trasferiti ad una nuova etichetta, la Partisan (IDLES, Geese, PJ Harvey) e sebbene dal seminale “Turn On The Bright Lights” sia passato ormai un quarto di secolo, Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino hanno costruito una delle identità sonore più riconoscibili del rock contemporaneo. Un universo fatto di luci al neon, malinconia urbana, tensione post-punk e melodie che sembrano emergere dalla foschia di una metropoli insonne (New York). Per questo ogni nuovo album degli Interpol arriva accompagnato dalla stessa domanda: riusciranno finalmente a reinventarsi?
La risposta, almeno in parte, è contenuta già nel titolo. ”This Mirror Weighs a Ton” è uno specchio pesante, carico di memoria, esperienza e consapevolezza. Un disco che ricorda molto quelli degli esordi e che rinvigorisce un po’ dello smalto perso in questi ultimi anni.

(Photo Credit (c) Elliot Lee Hazel)
Nella title track, primo brano dell’album, la voce di Banks galleggia tra inquietudine e contemplazione, le chitarre si fanno più sfumate e i sintetizzatori costruiscono uno spazio quasi astratto. È un brano che vive di sottrazione e silenzi, lontano dagli automatismi che spesso hanno caratterizzato gli ultimi lavori della band.
Il cambio di passo arriva già con il successivo brano ’See Out Loud’, con gli Interpol in versione ‘post punk’ dove basso e chitarra tagliano l’atmosfera e il pezzo recupera quella tensione nervosa che ha reso immortali classici come ’Obstacle 1’ o ’Evil’. La sorpresa è proprio la presenza vocale dello stesso Kessler, i cui riff acuti sono un marchio di fabbrica degli Interpol fin dagli esordi, un dettaglio che contribuisce a dare nuova dinamica a un brano già tra i più riusciti del disco.
’Iron City’ rappresenta forse il momento più emblematico dell’album. Costruita su una progressione lenta e stratificata, la canzone utilizza New York come sfondo simbolico per riflettere sul rapporto tra esseri umani, tecnologia e intelligenza artificiale. Non cerca l’impatto immediato, ma cresce ascolto dopo ascolto, rivelando sfumature che sfuggono al primo ascolto.
Il lavoro di Andrew Wyatt alla produzione si percepisce soprattutto nei dettagli. Archi, fiati, percussioni e interventi elettronici ampliano il paesaggio sonoro senza alterarne il DNA. In alcuni episodi, come ’Wake Up’, emergono soluzioni ritmiche quasi inattese, mentre ’So Rides The Reindeer’ introduce deviazioni interessanti che non sempre portano a una vera trasformazione, ma che testimoniano una volontà di ricerca ancora viva.
Tra i momenti più intensi spiccano ’Enemy, una ballata al pianoforte impreziosita dalla presenza vocale di Juliet Seger-Banks, e l’energia inquieta di ’Wings On Fire’, uno dei brani più immediati e trascinanti dell’intera scaletta. Qui gli Interpol riescono a coniugare tensione emotiva e apertura melodica con una naturalezza che mancava da diversi anni.

Al centro del disco rimane comunque Paul Banks e la sua voce continua a essere uno degli strumenti più affascinanti della scena rock contemporanea, capace di trasformare in immagini i testi enigmatici delle canzoni. Le sue parole oscillano tra introspezione, disillusione, visioni apocalittiche e desiderio di redenzione, mentre il tema della riflessione personale attraversa l’intero album come un filo invisibile.
«Tutti i re se ne sono andati», canta, accompagnato in sottofondo dalla moglie, la stilista Juliet Seger-Banks, «ma il maniaco nella tua testa continua a dormire sotto gli archi».
“This Mirror Weighs a Ton” non possiede la portata storica di “Turn On The Bright Lights” né l’impatto immediato di “Antics” ma già dal primo ascolto sembra essere il loro lavoro più convincente dell’ultimo decennio. Un album che sfiora più volte la reinvenzione senza compierla del tutto ma risulta essere uno dei dischi più maturi, coesi e umanamente sinceri della loro carriera.


