When the Wind Forgets Your Name
Disco con tutti i crismi di uno stile risalente agli anni Novanta, è invitante nelle deviazioni folk-rock della prima metà della scaletta (un folk-rock all’inglese parzialmente invigorito dalla distorsione), ma non brilla negli episodi in cui ritorna a lidi più noti e già ampiamente visitati.
Primo album inciso per la Sub Pop da Doug Martsch, venerato veterano della scena indie americana, “When the Wind Forgets Your Name” non convince fino in fondo.
Disco con tutti i crismi di uno stile risalente agli anni Novanta, è invitante nelle deviazioni folk-rock della prima metà della scaletta (un folk-rock all’inglese parzialmente invigorito dalla distorsione), ma non brilla negli episodi in cui ritorna a lidi più noti e già ampiamente visitati.
“Fool’s Gold”, “Understood” , e soprattutto la lenta “Elements” ci colpiscono di più del mid-tempo, per quanto orecchiabile, di “Gonna Lose” , o della centrifuga (sì, deliziosa; certo, genuina) di Cure, Smiths e Hüsker Dü/ Dinosaur Jr. intitolata “Spiderweb” .
E “Never Alright” sarà un omaggio o un quasi-plagio di “The Wagon” , dal magnifico “Green Mind”, LP registrato da J Mascis trent’anni fa?
Gradevoli il divertissement “Rock Steady”, che contribuisce all’eterogeneità di “When the Wind Forgets Your Name” , e la ballata “mutante” “Alright” .
In chiusura, gli otto minuti e mezzo di “Comes a Day” , di cui gli ultimi tre (sentitela in cuffia) ci fanno pensare a un “O famo strano” di Carlo Verdone in chiave musicale.
Il talento di Doug Martsch e la sua capacità di creare frasi melodiche e ritornelli non banali e accattivanti sono inconfutabili. La sua ultima fatica ci pare, però, un disco benfatto e piacevole, ma nulla di più.


