White Lines
Prendere i suoni giusti da USA e UK non è roba da poco. Miscelarli perfettamente è ancora più difficile; se si aggiunge poi un arrangiamento fatto col bisturi e gli strumenti di precisione, si ottiene “White Lines”
- Artista
- Margareth
- Etichetta
- Macaco Records/Audioglobe
L’influenza dei Calexico è chiara, tuttavia questo genere di suoni in Italia sono terreno sconosciuto e difatti, coloro che decidono di intraprendere questa strada, i Margareth, risultano una bella novità.
Tre anni di composizione e due demo autoprodotti (“Margareth” e “Out of the City”) hanno fatto da apripista per “White Lines”, album d’esordio della band veneta.
”Linee bianche” è il nome adatto per questo disco: raffinato, non supera mai la linea di confine che porta alla banalità. L’ascolto è gradevole, i testi sono ricercati al punto giusto e in fusione perfetta con lo scenario che il gruppo vuole mostrare; una vena di malinconia attaversa l’album, senza farlo tuttavia risultare mai noioso; molto differente da quei dischi tagliavene-strappalacrime che spesso alcuni artisti italiani propongono.
Nulla sembra essere lasciato al caso: pop acustico, sonorità confezionate ad hoc, arrangiamenti curati nei minimi dettagli, batterie e percussioni mai invadenti, suoni di trombe che entrano quasi chiedendo permesso e piccole punte di distorsioni che non guastano anzi, arricchiscono e decorano l’album.
“White Lines” è un viaggio, intenso, che inizia e riporta a casa, in un modo differente, aprendosi e chiudendosi davanti ad un cancello da attraversare
Si parte appunto, “I Get Along” ha una dolce melodia, quasi a mostrare le speranze, i sogni, i buoni propositi che ha questo viaggio. Prosegue in “Mad’s Poem” verso “Horizon” , la descrizione di un volo verso l’orizzonte che, per il tipo di sonorità, ricorda una “Who Feels Love” degli Oasis meno pretenziosa.
“Night Talker” è il miglior pezzo dell’album: si parte con chitarra, ma è il pianoforte a fare da padrone, in un contesto di percussioni ovattate. L’atmosfera sonora di “Thinkin’ About Sex” riporta alla mente degli acerbi Cousteau e non cozza affatto con “Mama take my girl away”: una strizzata d’occhio al blues, con un ritmo impossibile da non imprimere nella testa.
Altro gran pezzo è “In Love With A Freak” (forse un incontro durante il viaggio?), sound accattivante, turbolento (ma non troppo) e tranquillo in alternanza, in cui le qualità creative del gruppo sono veramente tirate fuori.
Il viaggio riporta a casa, “Home Sweet Home”: in una casa dove non c’è nessuno o dove non si vuole ci sia nessuno (“perhaps is better to stay at home, better alone”) , con bella chiusura di chitarre in levare.
“This Town” e “The Gate” chiudono l’album, descrivendo la mancanza di qualcuno al ritorno a casa, forse la perdita delle prospettive che si avevano all’inizio, le linee bianche sono aldilà del cancello.
I Margareth prendono gli spunti giusti da Stati Uniti e Gran Bretagna, fondendoli insieme, prestando meticolosa attenzione a tutto. Se provenissero da uno di questi due paesi probabilmente se ne parlerebbe già da un pezzo ma chissà, forse seguendo le linee bianche tracciate da questo album…


