Emergenti 24 Febbraio 2013

Winter Whales War

I Sadside Project sono un duo ma spesso sembrano un'orchestra. Un'orchestra dal sapore indie, con molte verniciature blues, sprazzi di puro stoner-rock e momenti più delicati con sonorità low-fi.

Artista
Sadside Project

Il rock che non muore mai. Immortale, energico, sporco. Il rock suonato dai Sadside Project rispecchia la storia classica con molte verniciature blues, qualche sprazzo di puro stoner-rock e senza disegnare qualche momento più delicato con sonorità low-fi.
I Sadside Project sono un duo formato da Gianluca Danaro e Domenico Migliaccio. Iniziano a suonare dal 2009 e dopo varie date in giro per lo stivale rilasciano il primo lavoro “Fairy Tales” nel marzo 2011 e un piccolo EP sotto forma di cassetta nell’autunno 2012. E’ di ieri 23 febbraio 2013, l’uscita del nuovo full-lenght intitolato “Winter Whales War”. L’esordio ufficiale per la band è accompagnato da una lunga serie di collaborazioni tra cui spiccano quelle con Roberta Sammarelli dei Verdena e Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, senza dimenticare altri componenti di band come Ancien Régime, King of the Opera e altri.

I Sadside Project sono un duo ma spesso sembrano un’orchestra. Un’orchestra dal sapore indie, con atmosfere da ballata romantica alla Arcade Fire come in 1959 (The Last Prom) e omaggi ai Beach Boys con la cover di Sloop John B. Se l’art-book surreale, quasi vignettistico, e con venature emocore lascia intendere un approccio più etereo alla musica, l’intro di The Same Old Story stravolge i presentimenti e immerge da subito nell’atmosfera retrò dell’album. My Favorite Colour e This Is Halloween sono sporche ballate country-rock cantate al limite della distorsione. Jack White è di sicuro il guru spirituale dei Sadside Project che cercano con insistenza una melodia ipnotica simile alla famosissima Seven Nation Army. Edward Teach Also Known as BlackBeard e Nothing To Lose Blues sono i pezzi che più risentono dell’estenuante ricerca del riff giusto. L’influenza zeppeliniana si trasforma quasi in uno scimmiottamento perdendo mordente e personalità.

Nel classicheggiante Hold Fast, invece, il duo romano si rimette in carreggiata costruendo uno splendido brano che miscela una strofa garage-punk alla Minutemen con un ritornello danzereccio e spensierato. Con Molly e la conclusiva, semi-strumentale title-track vengono esplorati alcuni meandri del post-rock più posticcio, tra gli Strokes e i Mono, con un buon intreccio di voci e l’aggiunta di archi e suite strumentali poggiate su pad sonori.
Un’ottimo inizio per un progetto nato come side-project e adesso rivelatosi già a buon punto, senza sbavature, e pieno di pura energia rock.