Zulus
Il problema principale sta nell’eccessiva somiglianza delle tracce, la cui individualità è compressa dal rumore disturbante degli strumenti. Molto particolare e da prendere con le pinze, ma sicuramente interessante.
- Artista
- Zulus
- Etichetta
- Aagoo Records
I newyorchesi Zulus sono il parto perverso e malato delle menti di Daniel Martens e Aleksander Prechtel. Nella presentazione del loro primo album omonimo – quasi un EP data l’essenzialità e la brevità delle sole 8 tracce presenti – i due dichiarano di aver voluto tentare, con questo progetto, il distacco dall’hardcore, con cui entrambi si erano precedentemente approcciati alla carriera musicale.
Sin dalle prime battute è evidente che l’agognato taglio del cordone ombelicale non c’è stato, il risultato non è del tutto hardcore, non è metal, non è math, ma qualunque cosa sia vale comunque la pena di spenderci due parole.
Perché Martens e Prechtel, in questi otto graffi sonori impastati di sporcizia e irrequietezza, sembrano aver colto lo spirito perverso e nevrotico della metropoli “dimenticata”, di quella parte di New York (ma potrebbe tranquillamente essere Parigi, Milano, Londra, o Roma) che non viene mai ripresa nei filmini delle vacanze, dove non vedrete famigliole del Mulino Bianco e coppiette mano-nella-mano intente ad estenuanti vasche da uno sberluccicante negozio a un altro.
Il problema principale sta nell’eccessiva somiglianza delle tracce, la cui individualità è compressa dal rumore disturbante degli strumenti. Molto particolare e da prendere con le pinze, ma sicuramente interessante.


