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Cercare sentieri nuovi restando pur sempre connessi con quella terra ferma che conosciamo. Pizzico di grunge e qualche soluzione metal, droni e colori scuri e poi, come sempre, l’immancabile pop “americano” che non deve distogliere dalle intenzioni. Sono i Motueka, formazione di stanza in Belgio che vede l’italiano Paolo Orlandi alla voce… come italiana è la label I Dischi del Minollo che pubblica questo loro nuovo disco dal titolo “Pareidolia”: sembra un miscuglio di cose sentite ma allo stesso tempo c’è un suono potente e istintivo che dimostra tantissima personalità. La ricerca non si fa attendere, smantellando appena il percorso della forma canzone e regalandosi qualche fuori pista strumentale davvero interessante. Sono percorsi…
Un rock che vira spesso dentro trame pop. Quanto prendete dalla scena belga e quanto da quella italiana? Più che pop in senso stretto, il nostro rock cerca melodie capaci di catturare l’orecchio, elementi riconoscibili che restano impressi, ma sempre intrecciati a trame noise e alternative. Ci piace pensare a questi brani come a ganci emotivi immersi nel caos sonoro, qualcosa che ti prende mentre tutto attorno vibra e si muove. Dalla scena belga assorbiamo soprattutto l’energia cruda e DIY, una certa freddezza ritmica e attitudine diretta; dalla scena italiana, invece, arriva il lato più viscerale, emotivo e melodico del noise e del post-rock. È un equilibrio naturale, un ibrido 50/50 che sentiamo profondamente nostro, radicato anche nel nostro percorso e nel nostro “sangue misto”.
Restando su questo tema: perché una chiusa affidata a un brano in italiano? Sembra rompere le abitudini… quasi un momento viscoso. La scelta di chiudere l’album con un brano in italiano è stata molto ponderata. Avevamo bisogno di affrontare un tema attuale e sensibile, qualcosa che ci tocca da vicino, e farlo nella lingua del cantante ci permetteva un livello di autenticità ed esposizione emotiva più profondo. È una rottura consapevole delle abitudini, sì, ma anche un modo per rendere quel momento più denso, intimo, quasi viscoso. Non è però un episodio isolato: nella seconda parte di “One Trillion Cells” emerge lo stesso approccio, dove la lingua diventa uno strumento espressivo ulteriore, capace di scavare più a fondo.
Parliamo di suoni: nella ricetta c’è qualche ingrediente particolare? Sul piano sonoro c’è stato un lavoro molto ampio. Nei sei brani utilizziamo quattro accordature diverse, proprio per evitare qualsiasi automatismo e mantenere viva la ricerca. Abbiamo sperimentato con strumenti e pedali boutique, cercando colori specifici e identità timbriche precise: intrecci con una seconda chitarra baritona, distorsioni liquide, ma anche muri granulari più compatti, che non servono solo a “riempire”, bensì a dipingere emozioni e visioni. Per noi la ricerca sonora non è un vezzo, è parte integrante della scrittura.
Dal vivo si torna a suonare il suono, non a programmarlo. Anche il disco è stato fatto così? Assolutamente sì. Dal vivo tutto è suonato, senza alcuna programmazione digitale, e lo stesso approccio è stato mantenuto in “Pareidolia”. Il disco nasce da ore di prove e concerti, e ne cattura l’energia umana, il respiro collettivo, le imperfezioni vive che rendono ogni esecuzione diversa. È una sorta di trascrizione diretta di quell’esperienza, un rifiuto consapevole di un suono troppo freddo o controllato, a favore di qualcosa di più organico e reale.
La sperimentazione strumentale ritorna spesso, come in “Chained Monkey”. Per voi cosa significa, e dove vorreste spingervi ancora? La sperimentazione, anche in un brano come “Chained Monkey”, per noi è fondamentale proprio perché può esistere all’interno di una forma più accessibile, capace di comunicare in modo diretto senza rinunciare alla ricerca. Ci interessa molto lavorare su questo equilibrio tra struttura e libertà, tra immediatezza e tensione sonora. Guardando avanti, ci girano sicuramente in testa idee più noise, più impattanti, forse anche più estreme, ma tutto dipenderà dalle emozioni che vivremo in quel momento. È sempre quello stato emotivo, prima ancora di qualsiasi scelta stilistica, a guidare la direzione della nostra musica.
Articolo del
09/02/2026 -
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