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Si intitola “Cerebro_Mundi” il nuovissimo disco di Ottodix. Eccolo già correre parallelo alle mille espressioni tentacolari di Alessandro Zannier, visionario sempre e per sempre, tra immagini, video, suoni… un disco che forse come non accadeva da tempo, sfoggia anche un piglio rock di canzone più “tradizionale” per quanto l’evanescenza dei suoni non sono mai disposti a scendere a compromessi con la pubblica piazza… e lo sa bene Flavio Ferri che qui dirige la produzione artistica. Una prima parte dedicata al cervello, ragionando sull’Amigdala e sulle ragione dei pensieri. L’intelligenza umana, le sue implicazioni… ma poi anche l’universo nella seconda parte del disco, ragionamenti sempre cari ad Ottodix. Come in un precedente “Micromega”: dal puntuale individuo, alla sua totalità cosmica.
Flavio Ferri non è certo una novità per te... come mai questo disco finisce tra le sue mani per la direzione artistica? Con Flavio abbiamo un rapporto di amicizia e di stima quasi trentennale e altri 3 album alle spalle alla sua produzione o co-produzione. Ogni album ha un colore diverso, a volte per la pre produzione che gli porto io sul tavolo, a volte per i suoi interventi massicci sul design sonoro dell'album, come per il precedente "Arca", in cui ci eravamo proprio chiusi in clausura in un teatro a Guardistallo, in Toscana, sotto l'amorevole supervisione di Antonio Aiazzi dei Litfiba. Flavio mi conosce bene, sa dove e come lasciarmi esprimere anche nella produzione (i 5 album precedenti di Ottodix in fondo li avevo prodotti da solo) e dove mettermi di fronte ai miei limiti e alle mie ripetizioni. E' soprattutto un confronto onesto, utile e senza sconti. Fa da filtro qualità, per la sua enorme esperienza a 360 gradi. Tuttavia Cerebro Mundi è un album che rispecchia e rispetta moltissimo la produzione dei miei provini come parti, arrangiamenti e suoni synth usati. Il grosso del suo lavoro stavolta è stato nel trovare un colore originale al suono d'insieme, rendendolo aggressivo (il disco lo è, nelle tematiche e a volte nei suoni taglienti) e spingendomi a organizzare le parti orchestrali con archi veri e proprio stratificati. La scelta sul mio concittadino Nicola Manzan (Bologna Violenta) è stata immediata, dato che ora è anche violino e chitarra dei DeltaV in formazione live. Nicola ha risuonato "a mano" tutte le tantissime parti orchestrali che avevo progettato con i software. Non ho idea se un domani farò ancora e sempre album con Flavio, cambiare fa bene, ma finora non mi sono posto il problema. Erano progetti molto diversi tra loro e siamo riusciti sempre a diversificarli molto, quindi...
Posso dirti che ho trovato questo disco decisamente più "vero" e meno computerizzato? Che ne pensi? C'è tanto lavoro di elettronica, mio caro, tuttavia l'approccio generale nel canto e nella scrittura è più fresco. A dispetto di quello che sembra dalla copertina è meno stratificato, più intelligibile nelle sue parti, le canzoni sono molto diverse tra loro e identificabili all'istante, più corte e quindi meno stancanti, vista la portata delle tematiche dei testi. La freschezza è data da molte frasi scritte di getto (anche se maturate dopo un lungo periodo di appunti, letture e riflessioni preliminari), con divertimento e con voci registrate praticamente live, con le casse in faccia e senza cuffia. Ha una componente umana maggiore anche nei testi, dato che parla di emozioni e sensazioni umane che nascono nel cervello. Perfino la parte dedicata all'intelligenza planetaria risente di un romanticismo velato, sulla morte (Cosmopsiche), sull'empatia universale, sulla giovinezza (Cammina Cammina) e sul rispetto reciproco nell'Habitat Mundi.
È bellissima l'immagine che ricorre dentro le grafiche di questo disco. Ma secondo te quanto sappiamo usare del nostro cervello? È una galassia ancora quasi sconosciuta. Un capitolo a parte sarebbe da dedicare all'attività onirica, in cui il pensiero (di fatto corrente elettrica che viaggia alla velocità luce) non ha gli impedimenti del pensiero vigile e della vita quotidiana col mondo esterno, quindi corre abbattendo anche la nostra esperienza dello spazio tempo e facendoci vivere esperienze di ore e di giorni in un secondo soltanto. Spesso si paragonano le reti neurali del nostro cervello alla complessità delle reti di galassie e di materia nel cosmo. Nel microcosmo della nostra testa si annidano numeri da capogiro di correlazioni e di legami che sono la cosa che mi affascina di più anche come artista visivo: le reti. Come quelle delle ife dei funghi e delle radici, delle strade umane, dei fiumi e delle acque. Il reticolo che ci collega fisicamente l'uno all'altro nell'interdipendenza assoluta con le altre specie e che ci dovrebbe far riflettere sull'autolesionismo umano, quando danneggiamo l'ambiente o il nostro prossimo.
Per citare il singolo: qual è la bestia che ci guarda negli occhi? Quanto la mente in fondo è un vizio per se stessa? La bestia è la nostra natura animale, che non va mai glorificata in quanto "più naturale", poiché sdogana e giustifica ogni sopruso sull'individuo più debole, ogni appetito più basso e ogni brama territoriale di potere. Nessuna specie è potenzialmente così in grado come la nostra di auto estinguersi pur di predominare sul suo stesso simile. Il concetto di economia di specie non ce l'abbiamo proprio. Pur di predominare, il singolo potrebbe mettere a repentaglio, seguendo la sua amigdala (la parte arcaica del cervello) la stessa sopravvivenza umana. Per contrastare questo abbiamo sviluppato una corteccia prefrontale così articolata da filtrare ogni impulso istintivo di rabbia, furia, paura e rancore con la cultura, la ponderazione, la valutazione e il calcolo. Tutte queste cose la società sembra volersele ora di colpo scrollare di dosso, mettendo al potere individui rozzi dalla visione spartana e semplicistica della complessità del mondo, che soffiano sulla paura delegittimando appunto e guarda caso la cultura. Il rischio è di tornare alla cultura dell'amigdala, ovvero della bestia che con fatica e con conquiste e diritti ottenuti nei secoli, abbiamo tenuto a freno. E' molto più facile per la politica parlare alla bestia che abbiamo dentro, che farci ragionare con la complessità dei pensiero critico. Perché la bestia grida, spacca, divora, ma non pensa e una volta messa a guinzaglio le fai fare quello che vuoi.
E che belle le soluzioni coraggiosissime del disco. Le orchestrazioni favolistiche de "Il ciclo dell'acqua" poi lasciano spazio alla psichedelia futuristica di "Wood Wide Web". Quanta improvvisazione e quanto istinto c'è dentro questo lavoro? In parte ti ho risposto prima. C'è improvvisazione in alcune fasi, ma anche un'urgenza di denuncia culturale nei testi che abbandona certi fronzoli dei non detti. "Escalation" è un esempio lampante. Forse il primo brano in cui più che cantare declamo in modo teatrale un'accusa all'Occidente. "Il ciclo dell'acqua" che tu citi, è un brano di cui vado particolarmente fiero: volevo un brano per grandi orchestre come piacciono a me, con elementi retrò, tra il fiabesco e il disneyano, con accordi sfidanti per il pop, atmosfere da film e elettronica sporca. Una strada percorsa dalla Bjork di Homogenic e che ho sempre sognato di invadere almeno una volta. Un brano scritto e arrangiato inizialmente per essere eseguito dalla Filarmonica Veneta, ma poi per questioni di tempi, budget e complessità, data in mano e in sintesi a Nicola Manzan e Loris Sovernigo per un riadattamento più contenuto. E' una suite divisa in 4 momenti, ispirati alle 4 fasi del ciclo dell'acqua e della vita dell'uomo e al ripetersi degli errori della storia. Tripla lettura, cosa vuoi di più da un autore?! Eppure il Tenco a me non lo daranno mai, stanne certo.
E poi un fuoripista: "Feniletilamina". Il pop d'autore di un'Italia anni '60 davvero non me lo sarei mai atteso... cosa ne pensi? In realtà c'è un precedente nella mia discografia: "La francese", un brano del 2006 in pieno stile nouvelle vague debitore di certe ballate di Martin Gore. Qui volevo descrivere esattamente quelle storie esistenzialiste del cinema francese per parlare della droga dell'amore, la molecola che con la chimica ci illude di amare per sempre, ma che una volta svanito l'effetto, ci trasforma radicalmente nei confronti dell'altro. Anche qui una digressione sul potere del nostro cervello di creare con chimica, fisica e biologia, l'illusione di avere qualcosa di più "alto" in cui tendere e sperare, come l'amore, la fede, la spiritualità, l'anima. Purtroppo è tutta e solo chimica. Questa canzone è divisa in due tempi, quello della seduzione iniziale e della sbornia amorosa e quello del disincanto fino alla negazione incredula della passione. Triste, ma vero. Nascoste tra le pieghe del suono ci sono le risate amorose dei protagonisti di "Jules et jim" di Truffaut. Una canzone sul ricordo degli slanci di passione, che svaniscono ma restano nella memoria come raggi di sole indelebili e lontani.
Articolo del
22/06/2026 -
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