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Il libro di Stefano Pistolini si colloca in una zona laterale ma significativa della letteratura musicale italiana: quella che rinuncia al mito della riuscita e dell’eccezionalità per concentrarsi sulla normalità, spesso opaca, dell’esperienza artistica condivisa. ”Qualè quello che canta? Resoconto di una band minore non è il racconto di un’ascesa ma di un fallimento annunciato di una band che è esistita veramente, i TAKE FOUR DOSES, a cui l’autore dice di essersi ispirato (ne faceva parte). Siamo quindi di fronte ad un romanzo biografico ambientato in un’epoca significativa della storia musicale italiana e svolto con lucidità che si concentra su cosa significhi far parte di una band, nel libro i DOSES, senza che questa diventi mai “qualcosa di più”.
Il titolo introduce uno dei temi centrali del libro: la questione dell’identità all’interno del gruppo. La figura del cantante – evocata come funzione più che come individuo – diventa il punto di partenza per riflettere sui ruoli, sulle gerarchie implicite e sulle dinamiche di riconoscimento che attraversano ogni progetto musicale. Evocata già nel titolo con un’ironia disarmante – è solo il punto di ingresso per una riflessione più ampia sull’identità dentro un progetto collettivo. Chi è davvero quello che canta? E, soprattutto, chi viene riconosciuto come tale?. Silvestro, Rico, Franco e Alberto sono il quartetto fondatore, ma già dagli esordi la band cambia formazione velocemente e il cantante non è né il protagonista assoluto né il capro espiatorio, ma un sintomo delle tensioni che attraversano la band nel suo insieme. I luoghi dei live sono quelli storici di Roma, come il Piper ed il Titan che la band ha la fortuna di calcare grazie alla promoter Fiorella che li introduce nel giro buono dell’ambiente.
La scrittura è quella del resoconto, una parola che pesa perché rimanda a qualcosa di asciutto, procede per episodi che hanno una logica sequenziale ma che non sono il perno su cui ruota la narrativa perché il vero nucleo di questo andamento anti-epico è coerente con l’oggetto del racconto: una band che non approda mai a una forma compiuta di successo e che proprio per questo diventa emblematica di una condizione diffusa. L’autore accetta la dimensione del “minore” come spazio di verità, dove le aspettative si scontrano con i limiti reali – economici, relazionali, emotivi – del fare musica.
Un elemento di forza del libro risiede nella sua capacità di tenere insieme il piano personale e quello collettivo. Il racconto non si chiude mai in un’autobiografia autoreferenziale, ma utilizza l’esperienza individuale come lente per osservare un microcosmo più ampio: le prove infinite, i concerti mal pagati, i compromessi logistici, le frustrazioni non dette, l’erosione progressiva dell’entusiasmo. In questo senso, Qual è quello che canta? parla meno di una band specifica e più di una condizione esistenziale condivisa da molti musicisti. Dal punto di vista critico, il libro rinuncia volutamente a un’analisi storica o musicale in senso stretto: non è un saggio sulla scena, né un testo tecnico. Questa scelta può apparire come un limite per chi cerca un inquadramento più ampio, ma è anche ciò che rende il libro coerente e onesto rispetto al suo intento. Pistolini privilegia l’esperienza vissuta, con tutte le sue ambiguità, lasciando al lettore il compito di trarne conclusioni più generali.
È un libro che parla di musica come pratica quotidiana, fatta più di resistenza che di gloria, e che restituisce dignità narrativa a quelle storie che raramente trovano spazio nel racconto ufficiale della musica italiana. È un libro che piacerà a chi conosce bene certi meccanismi, ma che può parlare anche a chi non ha mai suonato in una band. Perché, sotto la superficie musicale, Pistolini racconta una storia di aspettative condivise e di identità negoziate, di entusiasmo che si trasforma e di sogni che non si infrangono, ma semplicemente cambiano forma.
Articolo del
25/01/2026 -
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