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”Rock & Cinema” appartiene alla categoria dei libri che provano a ricostruire un immaginario collettivo. Con questo volume, Franco Dassisti e Daniele Follero affrontano settant’anni di intersezioni tra linguaggio musicale e linguaggio cinematografico scegliendo una prospettiva ampia ma consapevolmente selettiva e ci obbligano a porci una domanda: Quanto ha influito il rock nella società attraverso la sua narrazione audiovisiva?.
Il sottotitolo — “70 anni di colonne sonore, film concerto, documentari, biopic” — chiarisce immediatamente l’impostazione: non una storia del rock “al cinema” in senso generico, ma un’indagine sulle forme in cui il rock si è tradotto in immagine, costruendo mitologie, modelli generazionali, archetipi iconografici. Il merito principale del libro sta nel riconoscere che il rapporto tra rock e cinema non è accessorio ma strutturale. I settant’anni partono dal 1954 con la comparsa del brano ’Rock Around The Clock’ di Bill Haley & His Comets inserito nella colonna sonora del film “Blackboard Jungle” e attraverso otto capitoli dimostrano come la cultura rock diventa fenomeno di massa e il grande schermo non si limita a registrarla: la amplifica, la modella, la trasforma in racconto epico o confessione intima. Il cinema diventa cassa di risonanza e dispositivo critico. Si passa così dagli anni del ‘Jailhouse Rock’ di Elvis Presley portato sul grande schermo al ‘Surfin’USA’ che anticipa l’arrivo dei Fab Four con il mito della ‘Swinging London’ e fa da controaltare ai Rolling Stones che aprono la strada al ‘Rockumentary’, una nuova forma di racconto della scena rock del momento attraverso film diretti da grandi registi come l'emblematico ‘The Last Waltz’ di Scorsese, che narrano le gesta delle band più famose o di autori emergenti come Bob Dylan che si cimenta con successo anche come interprete in alcune pellicole. Il ‘Rockumentary’ trova la sua massima esaltazione nel racconto dei Festival che segnano il culmine del genere con la Woodstock generation anche per la presenza scenica di miti come Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplin.
Dassisti, forte di una lunga esperienza come critico cinematografico, imprime al testo una lettura attenta alla grammatica filmica: non si limita a elencare titoli, ma interroga le scelte registiche, le modalità di messa in scena del concerto, la costruzione narrativa del biopic. Follero, storico del rock, bilancia l’analisi con il contesto musicale, restituendo spessore storico ai fenomeni trattati. L’intreccio tra le due competenze evita l’effetto “enciclopedia illustrata” e costruisce un percorso ragionato. Uno degli elementi più interessanti è la dimensione intergenerazionale evocata dagli autori: ognuno ha i propri “film rock” di riferimento, opere che hanno contribuito a definire identità culturali e appartenenze. Il libro intercetta questa memoria collettiva e la organizza in una narrazione coerente, che attraversa concert movie, documentari, colonne sonore iconiche e biopic contemporanei. Nella seconda parte del loro viaggio si arriva agli Anni settanta con nuove forme artistiche che trovano spazio nel mondo visivo, comincia l’era del glam e della Rock Opera, arriva l’alieno Bowie e gli Who con ‘Tommy’, i Pink Floyd con ‘The Wall’ e Frank Zappa con la sua family fino al punto di rottura del punk con i Sex Pistols. Negli anni ’80 l’arrivo di MTV stravolge la dimensione visiva del format musicale ed il videoclip apre una nuova era nel linguaggio cinematografico con l’ascesa di giovani autori che poi riusciranno a fare il salto con successo nel mondo dei lungometraggi. I passaggi successivi sono una sempre più marcata presenza di brani legati a doppio filo con film come ‘Singles’, ‘Almost Famous’ e ‘Alta Fedeltà’ emblematici di un determinato momento storico che hanno nel Rock di Seattle la massima espressione.
Non mancano, tuttavia, alcune scelte che inevitabilmente rivelano un punto di vista preciso. Gli autori dichiarano apertamente la natura selettiva del percorso: “questa è la nostra storia”. È un’affermazione onesta, ma che comporta anche esclusioni e gerarchie implicite. Il volume non pretende neutralità e proprio per questo risulta più interessante: è una mappa interpretativa, non un repertorio esaustivo. Gli ultimi due capitoli sono infatti dedicati all’Epica del biopic’ un genere che attraverso il cinema ha rivisto i fatti reali della vita delle rockstar ma in chiave narrativa di finzione e all’importanza delle Colonne Sonore (OST) che trovano la loro dimensione come vero e proprio prodotto musicale indipendentemente dal film a cui fanno riferimento. Alla fine il punto centrale resta la consapevolezza che il rock, più di altri generi musicali, ha costruito la propria mitologia attraverso le immagini: dalla ribellione giovanile alle narrazioni della caduta e della rinascita, dalla celebrazione del live come rito collettivo alla cristallizzazione dell’artista in figura cinematografica. Il cinema non è stato solo specchio del rock, ma uno dei suoi principali costruttori di senso, dunque il saggio funziona e si pone su due livelli: come guida ragionata per il lettore appassionato e come riflessione culturale sul modo in cui suono e immagine hanno ridefinito, insieme, l’immaginario popolare degli ultimi settant’anni. Per chi segue Extra, è un libro che invita a rivedere — o a scoprire — non solo dei film, ma un intero modo di raccontare la musica.
Articolo del
01/03/2026 -
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