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ASIAnotfound
“whynotfrank”
di
Domenico Capitani
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Probabilmente in questo esordio c’è da sottolineare più il coraggio dell’ingenuità che la regola con cui l’arte rende pregiato e maturo un lavoro. E qui la giovanissima ASIAnotfound firma con il producer Franco Liberati la produzione di un vinile dal titolo, didascalico, “whynotfrank”. E devo dire che l’impatto visivo del disco, quel sapore dark, quel certo modo di rispolverare scenari bristoliani non è per niente male anzi. Tuttavia le undici tracce dell'album assomigliano a pagine ampiamente battute dalla storia del pop tinto di tante cose poco commerciali e che poi lo sono (inevitabilmente) divenute. Si dipanano una successione di scelte, rinunce, attrazioni, paure e ripartenze. L’apocalisse della “Intro” che in momenti si apre a luci in maggiore, ci fa accomodare in un salotto dalle tinte internazionali… e se non fosse per qualche istante italiano, resteremmo davvero a zonzo per il mondo. Forse nel mix della voce tradisce l’attitudine del nostro pop. Forse le soluzioni corali, le frequenze troppo aperte del rullante… forse la scrittura poco raffinata di ricerche sghembe invece di cadere precise sulla quadratura… come dentro “Hundred Times” o come nelle oscurità di “Don’t Hide” che porta con se il bel piglio melodico della nostra tradizione. Belle le distese che trovo dentro “Blackout” che un poco mi riportano alla mente i vestiti di Dolores e dei Cramberries… e le orchestrazioni sono davvero puntuali, non si sono perse in scivoloni di stile che troppo spesso vedo e sento in giro. Tanto ormai tutto si può fare… dunque facciamolo, vero? E ancora: le orchestrazioni dentro “Keep”, davvero efficaci, davvero funzionali ad aprire il sound e a trascinarci dentro momenti sognanti, personali… e questa strofa che riprende che un poco richiama un certo Sting che tutti conosciamo. Male il riverbero del rullante che boh, si perde… che ha dei ribattuti strani. Non vorrei dilungarmi troppo su tutto nello specifico… Asianotfound sceglie anche l’italiano e qui il disco prende uno scivolone che non ho gradito. Bel brano “Panico”, ma ecco: che c’entra in questo disco? Inevitabilmente la voce cambia e cambia tutto lo scenario… si spezza un disegno e non lo fa in modo artistico ma con una soluzione di stile che non ha coerenza e non ha senso a mio modo di vedere. Ascoltate il successivo “Anywhere” forse la vera perla del disco: coerente con il resto, un modo a parte per quanto il suo cambio di tonalità fa ricadere questo ricamo nel più ovvio cliché italiano. È un bel disco, chiede e pretende più ascolti. E ad ogni ascolto matura e cambia volto. E sicuramente, anche questa mia personale lettura muterà, orecchio dopo orecchio… di certo l’Italia, nonostante tutto, sembra allontanarsi ad ogni giro di vinile. Eh si, perché , “whynotfrank” lo troviamo anche e soprattutto in vinile.
Articolo del
17/06/2026 -
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