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Da queste colonne è consuetudine che del Festival di Sanremo si parli per giocarci intorno e prendere per i fondelli i cerimonieri, i partecipanti e il pubblico bue che alla kermesse canora ci crede (ancora) davvero; insomma, unicamente per trovarci una ricca sequela di spunti che facciano fare a noi e voi delle belle e grasse risate. Ma stavolta no. Per una volta sento il bisogno di parlare del Festival in maniera seria, e sento – soprattutto – la necessità di indignarmi. Per varie ragioni che vado ad elencare una ad una.
Sono indignato per l’esecrabile ipocrisia di una manifestazione che nominalmente dovrebbe essere incentrata sulla musica, ma che di fatto la musica la lascia ai margini e la tratta nella maniera più volgare possibile. Mi fa specie che vengano chiamati a presentare il Festival personaggi come Pippo Baudo (della cui strombazzata passione operistica a Sanremo ci si fa la birra), Paolo Bonolis e Giorgio Panariello, gente di cui è nota la totale incompetenza in campo musicale. Almeno anni fa a Sanremo furono chiamati Anna Pettinelli e – a presentare un ambito collaterale – Carlo Massarini, due professionisti che vivevano e respiravano musica da mane a sera. Oggi neanche questo, solo una pachidermica interminabile “Domenica In” della durata di quasi una settimana. Si dice: Baudo ha “ritmo”; sa assemblare uno spettacolo come pochi altri; fa “audience”… A parte che audience la farebbe pure il figlio di Piero Angela, come la farebbe chiunque, se lo mettessero su quel palco (magari perderebbe un paio di punti di share ma non di più…), ma il problema è proprio questo: la musica umiliata dalla ricerca dell’audience, resa impalpabile dalla caccia al teleutente indeciso. Si dice anche: e però alla fine ha funzionato, dato che un teleutente su due ha visto la finale del Festival di Sanremo decretandone il successo. Bene, buon per “loro”. A me personalmente risulta più illuminante – e nel contempo rivoltante – una frase sentita ieri dalla “giurata” Barbara Palombelli la quale ha detto più o meno che “gli elevati introiti – pubblicitari ecc. – incassati dalla RAI con il successo di Sanremo garantiscono successivamente gli alti stipendi e cachet pagati ai funzionari dell’Azienda e a quel vasto nugolo di collaboratori di lusso che appaiono nelle trasmissioni”. Si va di male in peggio, insomma. Intendiamoci: capisco benissimo che Sanremo è una complessa macchina con un gigantesco indotto che crea e distribuisce ricchezza a vari livelli nel nostro Paese. E capisco anche che, se la suddetta macchina marcia alla grande, è un bene per tutti, e probabilmente - nel nostro piccolo di realtà web che ha come ragione sociale il rock e il pop - anche per noi. Quello che non accetto è il modo becero e irrispettoso in cui questo virtuoso “pay-off” economico viene ottenuto, mentre sono convinto che un fatturato similare - di poco inferiore o magari chissà - potrebbe essere ottenuto se si osasse riportare il baricentro del Festival nell’ambito della musica, quella “vera” delle bande e degli appassionati. Mi fanno indignare parecchio poi le canzoni selezionate – presumibilmente con grande cura e dispendio di tempo energia e denari - e presentate al Festival. Quelle dell’edizione n.57 sono state pessime, più che nelle edizioni precedenti. Ora accusatemi pure di esterofilia, ma la canzone che ha vinto, quella di Cristicchi, è un remake di “Stan” di Eminem, che quelle cose le faceva nel 1999, ben otto anni fa. AlBano ha scopiazzato gli Ultravox di “The Voice” (1981), Leda Battisti si è rifatta ai Beatles di “Eleanor Rigby” (1966) mentre il vincitore della sezione giovani Fabrizio Moro – come già da altri evidenziato – ha rifatto nota per nota “Il mio nome è mai più”, celebre brano del trio Ligabue / Pelù / Jovanotti anch’esso vecchio di una decina d’anni. A parte i (soliti) plagi, di tutte le canzoni se ne sono salvate a malapena due, peraltro opposte nello spirito e nella filosofia: “Musica” di Paolo Meneguzzi, un classico pezzo melodico sanremese senza astuzie e senza furbizie che farà il suo figurone la domenica pomeriggio al LunEur di Roma, e “Luna in piena” di Nada, un brano bello e azzardato nella sua ricerca di un punto d’incontro tra la tradizione e l’avanguardia. Il resto è tutto da cancellare, compresi gli ospiti stranieri, e compresa la pessima prova di sé da maschio mediterraneo retrogrado e sessista che Baudo ha dato nei confronti di una sbigottita Nelly Furtado, trattata neanche fosse una squinzia di ballerina da show domenicale per famiglie. E vogliamo parlare della cosiddetta “giuria di qualità”, che – mi si dice – “incide per il 20% sul voto assegnato dalle giurie popolari”: Alba Parietti (showgirl)? Massimo Ghini (attore)? Barbara Palombelli (giornalista di costume e consolatrice delle casalinghe disperate)!? Magalli!?? Sarebbe da ridere se non fosse che questi personaggi poi esprimevano con navigata nonchalance i loro giudizi sulle performance e sulle canzoni di artisti che, per scarsi o raccomandati che fossero, si trovavano comunque su quel palco a svolgere un’attività professionale. Che poi le classifiche del festival siano taroccate – vabè - lo sanno tutti, ma il voto della “giuria di qualità” a me è lo stesso sembrata tra le più squallide prese in giro degli ultimi anni. Ma quello che mi disgusta più di tutto è il ruolo esercitato dai mass-media, tutti appecoronati al carro del Festival senza alcuna eccezione, e senza neanche una voce dissonante. Tutti intenti a straparlare del Festival, a pompare il Festival, a dare voti e lodi a cantanti, a guitti e a ospiti in un unico uniforme e ormai decrepito stile alla Paolo Ziliani (cfr. “ControCampo”, Italia 1), in assenza di un critico uno che esercitasse realmente le sue prerogative. Così in Italia abbiamo dovuto passare cinque giorni a sentire interminabili discussioni sul nulla: sulle liti tra Baudo e il direttore di RAIUno Del Noce (affari loro), sui testi verosimilmente “impegnati” di molte delle canzoni in gara (neanche fosse la prima volta), sulle scenografie (“bellissime”), sui picchi e sui cali di audience (fisiologici a seconda della “controprogrammazione”) e su questioni che, di base, sono così “interne” al pianeta RAI e alla galassia di Bibi Ballandi che non si capisce perché dar loro importanza e darle in pasto al pagatore di canone TV. E poi le frottole che ci vengono a raccontare allo sfinimento, che quasi quasi si finisce per crederci: il fatto per esempio che il Festival di Sanremo sia seguitissimo all’estero, e che rappresenti una vetrina formidabile per diffondere la musica italiana. Basta collegarsi con la massa di canali esteri disponibili sul satellite per capire che non è vero: nessuna TV di nessun Paese ha trasmesso il Festival di Sanremo, e perfino in Azerbaijan la sera del 3 marzo avevano di meglio da far vedere ai loro sudditi. Ed è pazzesco pensare che un Paese come il nostro, di quasi 60 milioni di abitanti, da anni non riesca ad esprimere alcunché che sia contemporaneamente vendibile e di elevato livello sul piano artistico. Ci sono riusciti perfino le piccolissime Norvegia (con i Royskopp e i Kings Of Convenience) e l’Islanda (con Bjork e i Sigur Ros), ma l’Italia no, in tutto questo periodo la nostra beneamata Nazione è rimasta al palo. Colpa – anche - del Festival di Sanremo, rimasto ad una concezione della musica assurda, novecentesca, da baruffa condominiale, dove pochi si spartiscono lo spartibile e a cantanti artisti e compositori rimangono solo le briciole, e quest’anno nemmeno quelle; con buona pace dei talenti che pure ci sono (basta saperli cercare), dei gruppi (veri, non Zeri Assoluti) che si fanno il mazzo nelle sale prove e nei locali, e dei critici e dei musicofili per i quali la musica è il pane quotidiano. Sfottere e ironizzare non serve più e si rivela perfino controproducente. Viene più naturale a questo punto ritrarsi schifati e avviliti di fronte allo sfascio totale chiamato Sanremo. E indignarsi, chè non si sa mai, magari a forza di dare addosso al Festival – con virulenza e serietà e soprattutto senza sconti - qualcosa cambierà.
Articolo del
06/03/2007 -
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