Indie 30 Aprile 2015

Black Yaya

Atmosfere morbide e solari, arricchite da un eccellente songwriting che si dipana piacevolmente lungo composizioni autentiche e genuine, frutto di un approccio “pop psichedelico” di ottima fattura

Artista
Black Yaya
Etichetta
City Slang

Si chiama Black Yaya il progetto solista nonché album omonimo di David Ivar, ex Herman Dune che, dopo aver constatato il fallimento della sua band, si è recato in California, ha affittato un appartamento vicino al mare e ha cominciato a scrivere canzoni, accompagnato soltanto dalla sua chitarra.

David Ivar ha ritrovato come d’incanto la sua vena creativa e una ispirazione felice. Atmosfere morbide e solari, arricchite da un eccellente songwriting che si dipana piacevolmente lungo composizioni autentiche e genuine, frutto di un approccio “pop psichedelico” di ottima fattura, come nel caso di Flying A Rocket, il primo singolo tratto dal disco, o di Glad Things.

Non mancano citazioni tratte dal folk rock dei primi anni Settanta, come Co & Behold, Vigilante e Under Your Skin che però sono arrangiate in chiave dub. Talvolta l’abbinamento fra chitarra acustica e armonica a bocca, insieme alla struttura delle canzoni, ricorda le vecchie ballate di Bob Dylan: sono tutte da ascoltare infatti composizioni come Watchman oppure come la straordinaria Through The Deep Night.

Chiude l’album una bellissima Save Them Little Children, una ballata d’altri tempi, evocativa e corale, un brano che ti cattura immediatamente per non abbandonarti più.