Indie 29 Ottobre 2018

Bottle It In

Sfrondato delle lungaggini, avrebbe potuto essere un’opera dignitosa. Così com’è, anche chi volesse sforzarsi di rilevarne gli aspetti positivi non potrà che darsi per vinto. Bocciato senza appello

Artista
Kurt Vile
Etichetta
Matador

Kurt Vile possiede un talento innegabile come compositore di canzoni, ma non lo mette a frutto in maniera adeguata. Scrivere melodie accattivanti con poche note non è dote comune, ma tale capacità è inficiata da una tendenza alla prolissità che può rendere la fruizione dei dischi del musicista un’esperienza spossante.

Elementi distintivi e ricorrenti dei pezzi sono figure melodiche costruite su giri di accordi, o arpeggi, molto semplici ripetute allo sfinimento, ghirigori di sei corde acustiche ed elettriche, e abbellimenti talvolta ottenuti con strumenti che esulano dallo standard chitarra/basso/batteria.

In “Bottle It In”, ad arricchire alcuni brani troviamo arpa, banjo, lap steel e tastiere: un accorgimento che non basta a sottrarre l’ascoltatore dalla sensazione di noia interminabile che lo assale per l’intera durata dell’album. Bottle It In e Skinny Mini durano quasi undici minuti, Bassackwards si protrae per quasi dieci, Check Baby sfiora i nove, Mutinies e Come Again lambiscono la soglia dei sei.

Vabbè, ma il disco è bello oltre a essere troppo lungo? Risposta: no.

Anche se piacciono le ballate malinconiche e i testi intimisti, con la voce un po’ alla Neil Young un po’ alla J Mascis (con echi pure di Iggy Pop in Check Baby) – e dispiace parlar male del buon Vile, che altri album li ha azzeccati – davanti a uno sbrodolamento come quello offerto da “Bottle It In” formulare un giudizio negativo è inevitabile.

Salviamo la sognante Rollin’ With The Flow, boccata d’aria fresca posta a metà della scaletta, che però è una cover del musicista country Charlie Rich: una rilettura meno enfatica rispetto all’originale, e uno dei pezzi migliori dell’LP; l’apprezzabile Yeah Bones, illuminata da intrecci di chitarra e da un riuscito riff; la matrice folk di Come Again. Il resto è penalizzato anche da una scrittura piuttosto monocorde, e perfino le canzoni potenzialmente valide si trascinano stancamente in un dipanarsi senza fine.

Sfrondato delle lungaggini, “Bottle It In” avrebbe potuto essere un’opera dignitosa. Così com’è – lo suggerisce il significato del titolo – anche chi volesse sforzarsi di rilevarne gli aspetti positivi non potrà che “darsi per vinto”, “mollare”, “desistere”.

Bocciato senza appello.