Indie come “indi-gente”
Fa tenerezza il dibattito, a dire il vero molto pacato, che ha accompagnato l’annuncio da parte di Brunori (capofila dell’omonima ed eroica orchestra Brunori SaS) di aver accettato l’invito da parte dello squalo delle vendite Ligabue per aprire due concerti del tour che il cantautore emiliano porterà in giro per gli stadi e le grandi arene nelle prossime settimane.
Qual è il problema? Il peccato originale che scontano la maggior parte dei musicisti italiani che si sono fatti le ossa in giro per i piccoli locali, le balere e le fiere di piazza rivendicando la loro natura di artisti indipendenti. Secondo uno zoccolo duro di opinionisti e di appassionati del genere indie-gente, chi si è guadagnato gli onori del pubblico nel circuito underground non dovrebbe mai cedere alla tentazione di fare qualsiasi tipo di compromesso con il mondo prezzolato della musica commerciale.
E quindi niente Sanremo, men che mai alcuna apparizione a Festival targati dagli sponsor e, in questo caso, divieto assoluto di salire sul palco di quel Ligabue che viene visto come il fumo negli occhi dai puristi della cosiddetta musica indie.
E di tutto questo il buon Brunori se n’è sbattuto altamente.
Per chi lo conosce dagli esordi è un atteggiamento coerente di chi sfida la notorietà con il sorriso e il necessario realismo. Questo mondo dove viviamo è fatto di tante comunità più o meno omogenee, ma nella musica il concetto resta sempre lo stesso.
Non ci sono barriere e non ci possono essere preconcetti.
Chi se li fa o li vuole fare agli altri è solo perché deve difendere quel piccolo orticello che molto spesso è diventato una porzione di cimitero creativo ben coltivato, ma che rimane pur sempre un cimitero.
(f.b.)