Indie 2 Gennaio 2008

LP

Disco strumentale ed elettronico, ma di un’elettronica "low-fi" più attenta ai contenuti che alle forme, fatta più per essere pogata piuttosto che ballata

Artista
Holy Fuck
Etichetta
Young Turks

In un periodo come l’attuale, in cui sembra che guardarsi indietro e rimasticare a ogni piè sospinto sia rimasta l’unica via possibile e/o praticabile, questa seconda prova del duo di Toronto Holy Fuck è una boccata d’aria fresca, e dona speranza che tempi migliori siano (finalmente) in vista. Non che Brian Borcherdt e Graham Walsh – i due Holy Fuckers, per l’appunto – abbiano magicamente, miracolosamente, estratto dal cilindro un nuovo inedito paradigma. Di antecedenti ne vantano anche loro, numerosi ed egregi al tempo stesso: il kraut-rock tedesco degli anni ‘70, l’elettronica “acida” britannica, il synth-rock “malato” dei newyorkesi Suicide e il Bowie della fatidica trilogia berlinese.
Poi però è la geniale sintesi dei suddetti elementi che fa di “LP” un disco stratosferico, che odora di 2007 come pochissimi altri. Un disco strumentale ed elettronico – certo – ma di un’elettronica low-fi più attenta ai contenuti che alle forme, fatta più per essere pogata piuttosto che ballata. Senti l’inaugurale “Super Inuit” e la maestosa “The Pulse” e ripensi subito ai tedeschi Harmonia, quelli che nel ’74 incisero il tour de force “Monza”, se solo Moebius, Roedelius e Rother fossero stati sottoposti a una tosta dieta punk invece di passare il tempo a pascolare le pecore nella loro trista comune hippie amburghese. Senti invece “Frenchy’s” e ti vengono in mente i Prodigy, o meglio una loro versione alternativa, se Liam Howlett e Co. avessero mai deciso di rinunciare a dedicare tutti i loro sforzi unicamente al fine di arrivare in vetta alle classifiche.
E “Lovely Allen” è un gioioso pezzo quasi-pop – un inno -, mentre per “Safari” e “Chopper” fanno fede i rispettivi titoli, che definiscono alla perfezione queste due tumultuose cavalcate elettroniche suonate da synth volutamente primordiali.
Gli Holy Fuck, questi ultimi “figli dell’era silenziosa”, indicano una nuova direzione, rigorosa e frenetica al tempo stesso, in cui è cosa buona e giusta perdersi per poi danzare – per ora nel salotto di casa, ma domani (chi sa mai..?) nelle più trendy megadiscoteche – come dervisci impazziti. Se la battono, a pari merito con i Battles di “Mirrored”, per il titolo di perfetta colonna sonora dei nostri tempi.