Classic Rock 19 Gennaio 2011

San La Muerte

I San La Muerte, in questo primo album, non sentono l'esigenza di creare una propria personalità musicale ma sembrano limitarsi ad un gioco di incastri dei loro generi di riferimento.

Artista
San La Muerte

Se Lucio Battisti fosse nato negli Stati Uniti molto probabilmente non suonerebbe in maniera tanto diversa dai San La Muerte. L’omonimo album della band di Leo Pari è un agglomerato di rock’n’roll con tutti i crismi e i luoghi comuni tipici del genere. 45 minuti tra chitarre slide, pedali wah-wah, ballate country-rock, assoli blues e un richiamo, a volte un po’ forzato, al cantato Battistiano.
Dopo aver fondato l’etichetta Gas Vintage Records e aver inciso due album da solista, Leo Pari ricomincia dagli albori del rock “West Coast” e si lascia accompagnare in questo viaggio dagli amici di sempre: Renzo Fiaschetti (chitarre), Matteo Pezzolet (basso) e Michael Accardo (batteria).
Dopo un inizio travolgente con la title-track e “Mr. Even” l’album abbassa il ritmo con le chitarre acustiche della ballata “The Donor”, unico pezzo cantato completamente in inglese. Si perdono un po’ i colpi con le successive “Ghost and Machines” e “A Still Infinite Sunhine” che vorrebbero rimandare al blues dei Cream ma ricordano, invece, il ‘blues made in italy’ di Zucchero, Britti & Co.
“Il Richiamo” e “Terra Sotto i Piedi” sono un esplicito omaggio a Lucio Battisti ed Edoardo Bennato, mentre la ballata “Il Duello” e il country di “Una Donna in Due” sono tipici pezzi da ‘SanremoGiovani’ senza troppe pretese.
L’album si chiude con la splendida cavalcata di “Domani Smetto” che ricorda i Litfiba di “El diablo” ma con un timbro vocale virato decisamente sulle alte frequenze e “Roman Blues” che riprende l’incipit di “About A Girl” dei Nirvana e la trasforma in un quasi-rap con rime, purtroppo, alla Jovanotti.
Registrato quasi interamente in presa diretta, strumentazione vintage, impregnato di blues (e anche un po’ di rock commerciale, a dire il vero) l’album dei San La Muerte riesce a mescolare la tradizione italiana più radiofonica al rock classico anni ’70 ma non sentono l’esigenza di creare una propria personalità musicale e sembrano limitarsi ad un gioco di incastri dei loro generi di riferimento.