Classic Rock 17 Maggio 2011

Ukulele Songs (ANTEPRIMA: in uscita il 30 maggio 2011)

Il rischio di soporifero tedio è sempre dietro l’angolo perché, nonostante il minutaggio ridotto e l’onesta tecnica strumentale di Vedder, affidarsi unicamente all’ukulele finisce per appiattire di molto l’impatto sonoro

Artista
Eddie Vedder
Etichetta
Island

Diciamoci la verità. La colonna sonora di Into The Wild firmata dal solo Eddie Vedder è di gran lunga meglio degli ultimi tre-quattro album dei Pearl Jam. I motivi sono molteplici e questa non è la sede più adatta per parlarne in maniera approfondita, c’è invece da prendere atto che il Vedder cantautore tout-court piace e convince ed un suo nuovo lavoro solista è una notizia positiva. Ukulele Songs perciò, dopo un paio di tour solisti e la scorpacciata di marmellata di perle degli ultimi due anni, cade proprio a fagi(u)olo.

Il titolo del disco non lascia spazio a dubbi: ogni singola canzone è suonata da Vedder con il suo ukulele. C’è questo e poco altro. La maggior parte dei brani fanno parte di una piccola autoproduzione realizzata dal leader dei Pearl Jam ad inizio secolo e per anni rimasta solo ad uso e consumo di pochi amici e conoscenti. Il motivo di questo embargo, a detta dello stesso Vedder, era dovuto al carattere fortemente personale dei brani stessi. Ora, non si sa quale sia il motivo di tale ripensamento, l’ex alfiere del grunge è finalmente pronto a dare la giusta cassa di risonanza a questa sua oscura produzione.
Rimpolpato da un paio di brani di recente composizione (Sleeping By Myself e Light Today), la rivisitazione di un vecchio brano dei PJ (Can’t Keep) e qualche cover sparsa, Ukulele Songs è, infine, qui tra le nostre mani.
Eliminate le “grezzure” rock e forse perché meglio adattabili al particolare strumento hawaiano, tutte e sedici le composizioni non si distaccano troppo dalla forma più intimistica della ballata, genere non certo nuovo a Vedder e nel quale si è sempre mosso con classe e disinvoltura (anche in Backspacer, l’ultimo album dei Pearl Jam, tra le cose migliori c’erano Just Breathe e The End, non esattamente due pezzi hard-rock). Il risultato finale è contraddittorio: i pezzi di grande spessore compositivo e melodico non mancano (il singolo Longing To Belong e Without You, ad esempio sottolineano la grande maturità raggiunta dal loro autore) così come le interpretazioni vocali da pelle d’oca, d’altro canto, invece, il rischio di soporifero tedio è sempre dietro l’angolo perché, nonostante il minutaggio piuttosto ridotto e nonostante l’onesta tecnica strumentale di Vedder, affidarsi unicamente all’ukulele finisce per appiattire di molto l’impatto sonoro. Inoltre, se ciò non bastasse, la manciata di cover posta a fine tracklist aggiunge poco o nulla all’economia generale se non diventando addirittura un peso da trascinarsi dietro per una manciata di minuti francamente evitabili.

Resta, dunque, il dubbio e l’amarezza per quel che sarebbe potuto essere questo album con una produzione più accurata e variegata. Così com’è resta, invece, un dischetto piacevole, senza grosse pretese e con una copertina suggestivamente bella.