Un’etichetta emancipata. La Lady Lovely!
Incontriamo Ru e Fabio fondatori della neoetichetta friulano-piemontese. Per loro ciò che conta è dare retta all’espressività dei loro artisti puntando sulla musica come valore per farli uscire, sentire e suonare, il resto lo dirà la loro arte
Un gradino oltre l’indipendente, un’etichetta emancipata la Lady Lovely amano definirsi così, senza capi, obblighi od obbiettivi particolari, più che tutto un collettivo in cui coinvolgere sin da principio gli artisti che fanno parte del roster ma non solo, per poter vendere passione la parola d’ordine é dedizione, onestà competenza e ancora passione.
Per Ru e Fabio fondatori della neoetichetta friulano-piemontese ciò che conta è dare retta all’espressività dei loro artisti puntando sulla musica come valore per farli uscire, sentire e suonare, il resto lo dirà la loro arte.
Ed ecco arrivare i primi successi partendo dal terzo album della WHA Companion con il loro video in rotazione del secondo singolo estratto ”L’isola dei Fratelli” per non parlare dei progetti in uscita nel 2010 cioè ”Betzy” e ”A Dog To A Rabbit”. Abbiamo deciso di fare due chiacchiere con loro per saperne di più.
Una breve storia sulla vostra label, la Lady Lovely. Quando, come e le menti dietro al progetto?
RU: Seguo la logistica della mia band WAH Companion sin dal 2001, anno del nostro primo album. Nel 2007 la WAH era al suo terzo lavoro, e avendo trovato in Fabio un ottimo compagno di squadra non abbiamo fatto altro che dare un nome e un logo alla nostra esperienza. Da qui Lady Lovely Label per ciò che riguarda logistica e management e Lady Lovely Studio per ciò che è diventato lo studio di registrazione ufficiale dell’etichetta.
Oltre a me e Fabio, direttamente coinvolti nei progetti Lady Lovely anche come artisti, rispettivamente con WAH Companion e Betzy, l’etichetta ha alcuni satelliti più o meno fissi, Giovanna e Giulia sono le tuttofare che ci salvano la vita, Marco l’esperto del web, Andrea collaboratore per le questioni musicali e dello studio, Enrico la mente più nuova, grazie anche all’esperienza come artista in un gruppo della Riotmaker.
A tutti noi si aggiunge Cat Up, un ufficio stampa esterno a cui ci appoggiamo, comune a tutte tre le uscite, che si sta muovendo con passione, dedizione e competenza.
FABIO: Non c’è una vera e propria storia o se c’è non saprei neanche quando è iniziata, ricordo però quando ho incontrato Ru in un backstage del Sunsplash circa otto anni fa, ho capito subito che ci sarebbe stata roba da raccontare nel futuro.
Vorrei che ci parlaste del vostro primo progetto in uscita con Audioglobe di “Quasi tutto liscio” della Wah Companion, abbiamo letto alcune ottime recensioni da parte critica (Rumore, Rockerilla, Mucchio, Jam… per citarne alcune).
RU: In effetti quell’album è stato ampiamente promosso e osannato dalla critica italiana, senza avere poi ottenuto un degno riscontro rispetto al suo valore. Per questo motivo ci è venuta la voglia di insistere e ritirarlo fuori con una nuova distribuzione, appunto Audioglobe, anche se a due anni dalla sua prima pubblicazione.
“Quasi Tutto Liscio” della WAH Companion è un album che riteniamo tutt’oggi molto valido, non è invecchiato affatto e siamo molto fieri di averlo noi in catalogo. E’ il motivo stesso della nascita di Lady Lovely, quindi non poteva essere altrimenti.
FABIO: Lo so che ogni scarrafone è bello a mamma sua… però continuo a sostenere che la Wah Companion sia una delle migliori band rock italiane in circolazione, da un bel po’ di anni a questa parte. Dal vivo sono una botta e “Quasi Tutto Liscio” non è nient’altro che il prodotto della genuinità, del romanticismo e del tocco di un trio che dice la semplice verità.
E di questo secondo singolo estratto “L’isola dei Fratelli” anche qui sappiamo che sta girando molto bene da Deejay Tv a Blob su Raitre? Perché proprio la scelta di questa traccia? Ci parlate del video, collaborazioni e curiosità durante le riprese?
RU: Quel brano ci pareva essere il più ostico dell’album ma col tempo abbiamo capito essere uno dei più apprezzati. Ci sono molti episodi più pop all’interno del disco, ma “L’isola dei fratelli” ha un riff che ti spacca la testa in quattro, anzi in tre, e ti rimane. Oltretutto è un brano contro la televisione spazzatura, contro la mercificazione dei sentimenti, e quindi per dei piantagrane come noi, quale migliore canzone da presentare in video?
Sulle riprese del clip credo abbia più da dire Fabio, visto che gli ho spaccato una bottiglia in testa, avrà sicuramente una visione più psichedelica.
FABIO: La scorsa estate mi trovavo a Verona assieme ai Ragazzi della Prateria, stavamo seguendo insieme il “Safari tour” di Jovanotti, loro si sono occupati dell’aspetto video dello spettacolo e io mi aggregavo ogni tanto per fare qualche scatto (in realtà faccio il fotografo nella vita). Beh, insomma, mentre io, Carlo e Marco stavamo in macchina in mezzo al traffico di Verona, ho attaccato il mio iPod alla radio dell’auto e ho buttato su “L’isola dei fratelli”, ho introdotto il brano dicendo questo: “Da quanto tempo è che diciamo di voler girare un video western? Penso di aver trovato il pezzo che fa per noi!”
Così è stato… più o meno.
Per quanto riguarda le curiosità, dovremmo parlare di un naso rotto, un taglio in testa e qualche costola incrinata… ma questa è una lunga storia.
Presentateci con uno slogan il lavoro proposto dalle band del vostro roster. In primis per i Wah Companion, poi Betzy e A Dog To A Rabbit?
RU: WAH Companion – un cazzuto trio in circolazione
Betzy – un lupo mannaro americano a Udine
A Dog To A Rabbit – se andate a sentirli dal vivo portatevi del ghiaccio, che sono uno schiaffone sulla faccia.
FABIO: WAH Companion – la mia rock band italiana preferita
Betzy – l’opera di un uomo che non sa cosa vuole dalla vita
A Dog To A Rabbit – Nulla riesce a dire addio come fa un proiettile
Nel panorama italiano stanno nascendo sempre più etichette piccole in grado di autoprodursi e di spargere la loro voce anche grazie all’etere. Il vostro percorso ad esempio può essere accostato a quello de “La Tempesta Dischi”, “Matteite” e “Riotmaker Records”? La filosofia editoriale, i vostri obiettivi e principi?
RU: La Tempesta, Matteite e Riotmaker, sono ognuna a suo modo etichette che da anni fanno cose interessanti. I loro dischi possono piacere o meno, ma in questi anni hanno giocato bene il loro rapporto col pubblico.
Dietro Lady Lovely non c’è una vera e propria “filosofia editoriale”, ma noi la definiamo appunto “etichetta emancipata”, che è ancora un gradino oltre l’indipendente, termine che ormai vuol dire tutto e niente. Non abbiamo capi né obblighi di nessun tipo, e tutto sommato, neppure obiettivi.
Ricordo che Davide Toffolo a una festa dell’etichetta La Tempesta disse dal palco “più che un’etichetta siamo un collettivo di artisti”, ecco io in questa cosa mi ci ritrovo in pieno e ringrazio Davide per l’ispirazione.
FABIO: Penso che tutte le etichette che hai menzionato abbiano dei punti in comune, c’è chi è più bravo a gestire gli affari, chi preferisce non vendersi per nulla al mondo e chi invece vuole solo rock&rollare. La cosa che mi piace è che ci pariamo il culo tra di noi, ci diamo consigli in modo che le esperienze dell’una aiutino le altre, siamo un po’ come le bande di quartiere, quando c’è da alzare i muri contro chi vuole solo commercializzare la musica, noi ci siamo… Tra l’altro ci si beve birre insieme, e io… bevo solo con gli amici.
In Italia negli ultimi 20 anni almeno c’è sempre stato questo contrasto di visibilità fra etichette e prodotti major ed etichette e prodotti indipendenti, la rete ha dato man forte allo sviluppo di quest’ultime. L’ottica di produrre tutto da soli è sinonimo solo di libertà creativa o può aiutare a regalare un prodotto più curato sotto ogni aspetto? Diteci la vostra…
RU: Diciamo che lo sviluppo tecnologico, se è di questo che stai parlando, è un’arma a doppio taglio. Da un lato certo, l’autoproduzione e l’autarchia possono dare vita a un prodotto curato e personalizzato in ogni suo aspetto, distante da dinamiche di massificazione e di mercato, e ciò dal punto di vista artistico lo ritengo un bene. Dall’altra sta creando un incredibile surplus di prodotti, e ci sarebbe molto da dire sulla qualità di questi prodotti. Il fatto che chiunque possa aprire un account MySpace è sulla carta un fatto democratico e lodevole, ma questo certo non è direttamente proporzionale alla qualità delle proposte. A ogni nuovo account di MySpace non corrisponde un nuovo talento, così come a ogni demo di buon livello fatto in casa editando ogni singola traccia, non corrisponde una band capace.
FABIO: Per me l’etichetta indipendente è sinonimo di onestà, anche perché sono finiti gli anni di gloria, ormai le etichette indipendenti esistono solo per passione e ciò che vendono è passione.
Le etichette indipendenti sono come il vino del contadino, magari non ha grandi distribuzioni e grandi quantità, magari non fa scena come una bottiglia costosa ma di certo se ti sbronzi con quello del contadino, stai pur certo che l’indomani ti svegli fresco come una rosa!
Poi è ovvio ci sono contadini che non dovrebbero nemmeno zappare la terra… ma in realtà ci sono sempre stati.
La crisi internazionale del mercato indipendente. La chiusura di una indie label storica come Touch & Go e rimanendo in italia, la chiusura di una grande distributore indipendente come Wide. Vista la situazione voi come vi ponete, qual è il modo migliore secondo voi di coniugare arte, passione e guadagno?
RU: Come coniugare arte, passione e guadagno proprio non saprei, se vuoi sapere come coniugare arte, passione e spese, ho un sacco di idee e posso snocciolartele qui una a una.
I metodi di fruizione musicale stanno cambiando ed è finita un’epoca, questo è innegabile. Ma la musica non morirà mai, e la rete sicuramente non sarà la sua limitazione bensì il suo mezzo. Non abbiamo la soluzione in mano, ma questo è secondario, ora ciò che ci preme è l’urgenza espressiva, fare uscire tre album perché sono belli, perché sono la nostra stessa vita. Fare di questi album fonte di guadagno, non è che non ci interessi, al contrario, ci interessa moltissimo. Ma è interesse secondario, quello primario è in primis farli uscire, farli sentire, andare in giro a farli suonare… E’ su questo che ora ci stiamo concentrando.
FABIO: Qui entriamo in un campo minato. Io sono un uomo democratico e pacifista ma credo nei valori e purtroppo la causa di questo marasma è che non c’è più gente che insegna questi valori.
La musica ha un valore, ma se non lo insegnano, se non lo spiegano è facile poi pensare che sia un bene gratuito ed effimero, la verità anche qua sta nel modo in cui si fa una cosa, le major pensano a come punire coloro che “rubano” la musica, le etichette indipendenti invece cercano di far capire il valore che ha la musica.
Comunque le madri degli stronzi sono sempre incinta e quindi è facile che chi è onesto ci rimetta le penne ogni tanto.


