Vinile e cultura del download
Ancora di recente, su L’Espresso, è comparso un articolo che dipingeva a fosche tinte il futuro dell’industria discografica, ridotta sempre più a mal partito dal malcostume della pirateria informatica, che sta contagiando un po’ tutti con download continui da siti più o meno malandrini oppure con l’utilizzo diffuso di software appositi – come ad esempio Kazaa oppure Limewire – che realizzano il famoso collegamento p2p, cioè peer-to-peer.
Questo rende virtualmente irrintracciabile la connessione e quindi praticamente impossibile ogni intervento di autorità variamente costituite a salvaguardia dei diritti d’autore. Si potrà discutere sulla liceità di queste attività che – va sottolineato – rientrano appieno nello spirito libertario e anarchico del web, come dimostra il dibattito online tra fautori di una liberalizzazione assoluta e critici più o meno accesi di quest’ennesimo attentato alla proprietà privata.
Si potrà e dovrà riflettere sulla necessità di ripensare il concetto di copyright, che si sta trasformando in una gabbia d’acciaio capace di soffocare ogni iniziativa che non sia diretta da regie multinazionali e che rischia di espropriare ognuno di beni finora considerati di tutti, come sottolinea puntualmente Naomi Klein. Ci sono molte direttrici lungo le quali muoversi per affrontare un discorso tanto complesso, è indubbio.
Al momento però, prima di ogni altro ragionamento, credo valga la pena di chiedersi cosa ha reso possibile la diffusione capillare di comportamenti come questi. Se ripenso a quando andavo a comprare i primi LP; se rievoco il senso di attesa, la concentrazione nello scartabellare fila dopo fila di offerte e rarità; se riprovo la gioia nell’avere per le mani un pezzo unico o cercato da tanto e confronto tutto questo con un file scaricato dalla rete, non posso che dolermi per l’impoverimento esperienziale che questa nuova modalità porta con sé.
Certo, c’è senz’altro un lato sentimentale da prossimità degli –anta, il solito rimpianto degli anni trascorsi sempre migliori del presente, ma non solo questo. C’è anche una differenza profonda e meno emotiva: c’è il fatto che l’acquisto prima era un’operazione culturale, mentre ora si è trasformato in un semplice comportamento acquisitivo e di consumo.

Lungi da me stabilire correlazioni forti tra cultura e acquisto e quindi una necessità etica di esborso per la fruizione di un bene di qualità. Quello che voglio sostenere è che, principalmente per colpa delle majors e delle loro improvvide politiche di vendita, si è perso il senso dell’unitarietà della creazione discografica – quello che faceva sì che un LP avesse un senso che esorbitava la semplice somma delle canzoni che lo componevano, ma lo connotava come tappa di un’evoluzione musicale e spirituale sia dell’acquirente che dell’autore, come oggetto intriso di qualità estetiche, emozionali e intellettuali a un tempo.
L’idea che una nuova opera sia parte di un percorso, frutto di una riflessione, è in contraddizione con un suo ascolto frazionato, casuale. L’idea che nel progetto grafico di un disco ci siano significati ulteriori che completano il suo messaggio – quale che esso sia – rafforza la sensazione che l’intero oggetto meriti di essere posseduto, esaminato, studiato.
Questo implica però una politica culturale di educazione alla musica e alla sua complessità che non solo non è stata incoraggiata, ma anzi è stata scientemente rifiutata a favore delle mille meteore capaci di strimpellare una sola canzone orecchiabile e scomparire poi nel dimenticatoio. Più che il disco si è privilegiata la canzone, in un’ottica mordi e fuggi caratteristica della nuova visione economica, dove essa è solo un altro prodotto che va consumato e rapidamente sostituito da uno nuovo. Mentre prima un hit era un pezzo splendido inserito in un contesto di alta qualità, adesso è una canzone decente sepolta nel ciarpame di motivi dozzinali che nessuno sente mai e che non rivestono alcun interesse.
Dei tanti metasignificati che rendevano impensabile il non possedere un certo LP non resta praticamente nulla e il semplice fatto di tirar fuori dei soldi (tanti, troppi!) per acquistare una collezione pletorica di brani tra i quali se ne salvano un paio diventa quasi offensivo.
La prassi di scaricare musica dal web diventa così la sabbia nell’ingranaggio che all’industria discografica sembrava tanto intelligente. Perché spendere cifre iperboliche per contratti ad artisti che non si sa quando avranno nuovamente qualcosa da dire, perché sottomettere il business alle leggi e ai ritmi della creatività e dell’arte? Meglio privilegiare qualcosa con meno pretese, ma più vendibile. Meglio diseducare i nuovi acquirenti che dover investire a fondo perduto nella qualità del prodotto. E i nuovi acquirenti – lungi dall’essere così manovrabili come le majors si ostinano a credere – hanno visto la mano e si comportano di conseguenza: i nuovi successi hanno la vita di una falena e non ha senso quindi averli concretamente, basta un file che puoi sentire quanto vuoi e che quando sei stufo cancelli con un click. Io credo che in questo comportamento sia implicito un giudizio di valore sul quale i produttori di musica farebbero bene a riflettere, se non vogliono chiudere prematuramente bottega


