La canzone d’autore fu rivoluzionaria come oggi è il rap. Linguaggi diversi ma sentimenti identici: lo dimostra il docufilm “La nuova scuola genovese”, scritto e ideato da Claudio Cabona, distribuito per due giorni nei cinema di tutta Italia. Il film mette a confronto i pionieri della canzone d’autore coi giovani rapper mentre la terza protagonista è la città di Genova, culla dei cantautori che hanno fatto la storia.
On the road nei luoghi vissuti e cantati da De André, Tenco, Paoli, tra le case colorate di Boccadasse, la basilica dell’Annunziata, i palazzi della borghesia visti dall’alto, la collina, il mare. È Genova ma il rapporto canzone-rap esaminato nel film può essere letto in tutta Italia alla stessa maniera. Chiedersi se Genova è la città dei cantautori – afferma Vittorio De Scalzi, storico musicista dei New Trolls – è come cercare di capire perché Liverpool abbia generato i Beatles o perché il rock and roll sia nato negli Stati Uniti.
Gli amici al bar si chiamavano Tenco, De André, Bindi, Paoli, Giorgio Calabrese, i fratelli Reverberi, Lauzi; scrivevano in modo diverso rispetto ai canoni dell’epoca respirando nell’angiporto l’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori. “Non cantavamo l’amore idealizzato ma le mignotte”, spiega Gino Paoli al rapper Tedua che gli dà del lei. Genova perché? Chissà quale congiuntura astrale, più probabile che abbia inciso la vicinanza con la Francia o la presenza del porto dove si potevano prendere i primi dischi arrivati dall’America.
“Genova è una città che dà stimoli forti”, spiega Max Manfredi per il quale è sbagliato mettere in contrapposizione cantautori e rapper: “L’unico conflitto”, dice, “può esserci con il pop italiano, almeno quello attuale”. I cantautori cantavano la realtà e c’è anche chi parla del neo realismo in musica: “Il centro storico è stato un vero e proprio set – ricorda Federico Sirianni – i personaggi che lo popolavano non li ho mai trovati in nessun’altra città”.
Cabona, che si è avvalso della consulenza storica di Laura Monferdini, mette a confronto i giovani Izi, Tedua, Bresh, Nader, Disme, Guesan, Vaz Tè, con Cristiano De André, Gino Paoli, Dori Ghezzi, Gianfranco Reverberi, Giampiero Alloisio, Ivano Fossati. Voci che, sulle splendide musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, si uniranno alla fine del film per recitare “Litania”, la poesia con cui Giorgio Caproni disvela l’essenza e i colori della città: “Genova città intera/ geranio. Polveriera/ Genova di ferro e aria/ mia lavagna, arenaria”…
Nel faccia a faccia Cristiano De André con Bresh, Gino Paoli con Tedua, Dori Ghezzi con Izi si può toccare con mano come i due mondi non siano poi così distanti. Tutti avvertono la responsabilità sociale di chi scrive musica e la necessità di comunicare le proprie emozioni. Cristiano e Bresh si raccontano a vicenda gli inizi, la voglia di suonare, la forza di superare le difficoltà e comunicare con gli altri. Due mondi che si avvicinano e non c’è niente di meglio per due musicisti che suonare insieme. Si trovano nello storico negozio-museo di Via del Campo dove è esposta la chitarra di Faber e allora Cristiano imbraccia l’Esteve e assieme a Bresh intonano Creuza de ma.
I rapper raccontano le periferie e lo facevano anche i cantautori; la vita nei quartieri più bui è al centro delle loro storie. C’è chi da ragazzino abitava a Cogoleto e immaginava il centro di Genova come una piccola New York. Questo il racconto: “Il treno passava tra i palazzi della città, guardavo fuori dal finestrino, da una parte le abitazioni che davano sulla stazione e dall’altra il mare, celato dietro i colori accesi dei container. Cercavo la metropoli quando passavo da Cogoleto a Genova Brignole e Principe. Cresci in fretta in certi quartieri perché devi evitare che ti mettano i piedi in testa ma diventi umile, comprendi e rispetti le persone che vivono ai margini”. La strada unisce le nuove leve della musica; sono amici, molto legati tra loro, sempre aperti alle collaborazioni. Si chiamano Vaz Tè, Guesan, Tedua, Izi. Amici proprio come i cantautori genovesi: “Non c’era nessuna scuola”, ricorda Gianfranco Reverberi, figura centrale della musica italiana che ha lanciato Tenco, Jannacci, Paoli e Gaber, “il nostro divertimento era solo fare musica”.
La canzone d’autore è stata rivoluzionaria e ora il ruolo è del rap, spiega Giampiero Alloisio. Le due forme musicali nascono come movimento anti borghese e tutte e due rappresentano il mutamento della società. “Se De André fosse vivo non sarebbe un rapper, continuerebbe a fare album sempre più evoluti e sarebbe primo in classifica”, sostiene Alloisio, “ma se oggi De André avesse vent’anni forse sarebbe un rapper perché il linguaggio che ha adoperato era quello della sua generazione e oggi il modo di esprimersi è un altro”.
Anche Dori Ghezzi, a colloquio con Izi, guarda con attenzione al fermento rap: “Avete linguaggi diversi ma il sentimento è lo stesso. Credo che Fabrizio sarebbe il primo a capirvi”. Come nasce un brano rap? Prima la musica o il testo? Dori Ghezzi afferma che le canzoni nascono quando meno te le aspetti, specchio dello stato d’animo di un momento. Izi sostiene che poche volte scrive prima il testo e accade quando il progetto prevede un particolare arrangiamento orchestrale. “Il rap mi ha aiutato ad abbattere ed esaltare il mio ego”, dice Tedua a Gino Paoli il quale ritiene che se fosse stato giovane oggi sceglierebbe il rap a patto di farlo proprio, in un modo originale. Quello che conta – dice Paoli dalla terrazza della sua splendida casa a Nervi– è la verità; non mi interessa l’intonazione di un cantante divido le persone tra vere e false.
Ivano Fossati, cantautore e poeta, musicista che ha attraversato gli anni d’oro della discografia, non nasconde l’ammirazione per i rapper: “Sono cantautori e anche di più, hanno un coraggio particolare, pensieri altissimi collegati spesso a frasi di servizio. Frasi che potrebbero sembrare banali ma sono musica. C’è una libertà che loro si sono presi alla quale noi non abbiamo avuto il coraggio di accedere; per questo dobbiamo guardarli con attenzione”. Parlare di territori piccoli, del loro quartiere, delle loro strade e avere la capacità di vedere lontano è la caratteristica dei rapper ma da qui emerge il legame profondo con chi cantò addirittura una sola strada, Via del Campo, e un solo quartiere, la città vecchia, descrivendo il mondo dei dannati della terra, i disperati, i ladri, le puttane. Fossati perdona i rapper che navigano fuori dalla cultura musicale, ignorando persino i venerati maestri: “Credo che nel tempo possano creare una cultura diversa, è una delle loro forze, non hanno timori reverenziali”.
Ma a Genova non tutto fila liscio, non ci sono solo balconi adornati con la pianta del basilico e i gerani. “È una città che ti comprime”, dice Alloisio, “c’è un atteggiamento borghese nei confronti degli artisti, se uno riesce a esprimersi qui poi avrà successo”. Ma la rete dei vicoli è sempre la fonte di ispirazione per chi scrive. Racconta Izi: “Il centro storico ci offre tante immagini che si aprono come un vaso di Pandora. È importante, non avendo nulla se non la voglia di cambiare il mondo, muoversi seguendo la gente ruvida come i calli di un marinaio, passare da Canneto il Curto e il Lungo, trovare il cantastorie di San Lorenzo, vedere il mercato di Soziglia. Genova non riesco a staccarmela dal cuore. Non è romanticismo è il temporale che viene dal mare, momenti di estasi nei confronti della vita. Immagini da mettere in canzone”
La nuova scuola genovese Scritto e ideato da Claudio Cabona Diretto da Yuri Dellacasa e Paolo Fossati Consulenza storica: Laura Monferdini Musiche di Pivio e Aldo De Scalzi Produzione: Gagarin Film con la collaborazione di Genova Liguria Film Commission Distribuzione: Zenit Distribution Durata: 72’
Articolo del
10/05/2022 -
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