Da qualche settimana sono tornati in circolazione i primi due album di uno dei riconosciuti pionieri della New Wave italiana, Renato Abate in arte Garbo, A BERLINO..VA BENE (1981) e SCORTATI (1982), ristampati da Universal in confezioni in doppio CD e doppio Lp con grafiche rinnovate, demo inediti e basi musicali originali: occasione quanto mai propizia per fare una chiacchierata con l’artista milanese.
Come mai adesso questo progetto di ristampa dei tuoi due primi Lp?
Ho un ottimo rapporto con i ragazzi della Universal che si occupano del catalogo… Ma da anni, da tempo, perché le prime ristampe in Cd sono state fatte nel 2005 dalla EMI, all’epoca, quindi non ancora Universal, perché incidevo per la EMI 35/36 anni fa. Oggi EMI è incorporata come sai nella Universal, il catalogo è stato acquisito dalla Universal. E hanno voluto ricelebrare questa cosa qui anche in vinile. Fatto molto bello, una confezione discografica che di contenuto è molto affascinante. Però abbiamo collaborato. Non è una semplice ristampa di questi due album fatta pedissequamente così com’erano in originale. Ci sono i contenuti … sono due doppi vinili e due doppi Cd.
Sei andato a cercare anche i demo di questi due album. C’è qualcuno di questi demo che ritieni fosse riuscito particolarmente bene, magari meglio che della reincisione per il disco?
Io ho pensato, be’, a chi mi vuol bene e a chi mi segue. Da anni. Ovviamente io sono un artista non nazionalpopolare, mi rendo conto che sono sempre stato un artista abbastanza “nicchioso”, di nicchia. Però c’è della gente che mi segue. A questa gente volevo dire: a questo punto (perché ho una certa età), be’, gli faccio sentire anche le mie cose più ingenue, più datate, che hanno addirittura 40 anni… Qualche brano è addirittura del '75, '77. E anche registrato male, registrato su dei multitraccia a cassette. Cose che, come dicevo prima, erano a volte ingenue. Ma più che altro volevo far sapere: ecco, ero un ragazzino e scrivevo quelle cose lì. Dopo quelle cose decisi di diventare anche Garbo. Quindi, mi piaceva far conoscere gli originali, assolutamente come erano. E il vinile è bello, 180 grammi… Esattamente come furono pubblicati. Ma con un altro vinile dove ti faccio sentire ciò che io ero da ragazzino, come sono nato artisticamente. [..] Non è che mi interessi molto rimarcare quella storia. Secondo me […] quella che molti hanno definito New Wave, quello che nasceva allora, credo che sia morta e deceduta. Nel senso che io quando vado in concerto ed esco, faccio anche quelle cose, perché è giusto e perché è la mia storia, inevitabilmente appartengo a un passato irripetibile secondo me.
Mi parli appunto di quella Milano di fine anni 70. Quali sono state le tue prime folgorazioni?
La Milano dell’epoca non era la Milano di oggi, è cambiato completamente tutto lo scenario, sociale ovviamente. Quella era una Milano molto interessante. Qualcuno la chiamava, e l’ha chiamata, e la chiama tuttora la “Milano da bere”. C'era una aggregazione che oggi è scomparsa. Ed era più attiva… Anche musicalmente c’erano molti locali, c’era molta più musica, molta più aggregazione. Oggi è una città abbastanza morta. Ma questo riguarda l’Italia, insomma, chiudono molti posti, non ci sono più molti spazi in cui suonare, ma questo è un altro discorso. All’epoca io ero un ragazzino – ti parlo di metà anni 70 – la seconda metà degli anni 70 mi ha visto dedicarmi attivamente alla musica e quindi sono nati quei provini e quelle cose. Io potevo ascoltare solamente la radio, e non la “radio libera”, ma la radio RAI. E c’erano dei programmi il pomeriggio… Un programma che mi ricordo si chiamava Per Voi Giovani, piuttosto che la sera verso le 21 un programma che si chiamava Supersonic. E lì a volte mi capitava di sentire il primo David Bowie. Il primo Lou Reed. Ricordo che rimasi folgorato quando sentii da ragazzino alla radio una sera Walk On The Wild Side. Raramente, qualche volta capitavano anche i Roxy Music. Perché non c’era Internet, c’era la radio. Una radiolina mono, di quelle che usavano i signori quelli grandi perché amavano il calcio, con l’auricolare. Un auricolare, in un orecchio, perché era mono. Ecco: fui folgorato da alcune cose, quelle che ti citavo. I Velvet Underground… Insomma, delle cose che mi colpivano particolarmente, forse per mia predisposizione ero attratto da quel mondo sonoro.
Poi anche la New Wave successiva della fine degli anni 70 immagino.
E’ curiosa questa cosa. In verità non mi sono buttato sulla New Wave perché purtroppo ancora non sapevo cos’era. Io ho un anno in più di Robert Smith. Ho la stessa età di Simon LeBon e di Madonna. Sono più vecchio dei Depeche Mode. Come potevo sapere all’epoca cosa stava facendo un ragazzino di 15 anni a Londra o altrove? E no, purtroppo il fatto è che io sono di quelli che l’ha inventata la New Wave. Che poi non sapevo cos’era la New Wave. Questo nome è nato dopo. Qualcuno ha affibbiato questo titolo a qualcosa che non sapevamo ancora… La mia generazione non sapeva ancora, non esistevano quei nomi. Post-Punk, New Wave e quant’altro. Io stavo facendo solo della musica. I nostri papà – ma i papà anche dei Depeche Mode, dei Cure, dei Duran Duran – erano David Bowie, Lou Reed, Roxy Music, i Velvet Underground. Punto. Io non sapevo chi fosse David Sylvian. Come facevo da ragazzo a 18 anni a sapere che dall’altra parte della manica c’era un gruppo di ragazzini che si chiamava Japan? Non lo sapevo. Non li conoscevo. Sono venuto a conoscenza di questa gente dopo, quando già facevo dischi. Nei primi anni 80. Allora, entrando nell’ambiente discografico, scoprii che c’erano, nascevano anche questi gruppi. Tu pensa che quando io nell’81 stavo per pubblicare, pubblicavo A BERLINO VA BENE, il direttore artistico dell’epoca Giampiero Scussel della EMI diede a noi artisti di un certo tipo, da ascoltare, due singoli: uno, di questo gruppo che doveva essere prodotto che si chiamava Duran Duran. E l’altro era il primo singolo di un gruppo che si chiamava Classix Nouveaux. E c'era un sondaggio che faceva la Capitol mondiale, e tutte le relazioni delle filiali che aveva all’epoca la EMI... si faceva un sondaggio per capire se scegliere e promuovere un gruppo piuttosto che l’altro. A me piacevano molto i Classix Nouveaux. Meno i Duran Duran. Ma il mondo o la Capitol scelse che bisognava spingere i Duran. E mi ricordo che il singolo si chiamava Planet Earth. Sarei un pessimo riconoscitore di successi. Ma sai, d’altra parte, ho scelto una strada che era mia… Di cui sono molto contento perché mi rappresenta. Nel bene o nel male. Poi non mi interessa il successo tanto per averlo.
Nella scena milanese in cui ti sei formato c’erano altri artisti che operavano nello stesso ambito: Faust’o, i Decibel di Enrico Ruggeri… Vi frequentavate, vi scambiavate idee?
Vedi, anche qui, vale lo stesso ragionamento che ho fatto prima. Come facevo io 18enne a sapere che c’era un gruppo di ragazzini a Milano, i Decibel? Noi non sapevamo niente. Io non conoscevo Fausto Rossi o Faust’o e non conoscevo Enrico Ruggeri. Come loro non conoscevano me. Io non conoscevo Ivan Cattaneo. Oggi sono anche degli amici. Ma li ho conosciuti nel momento in cui tutti hanno iniziato a far qualcosa, e io ho fatto qualcosa. Capisco che si dà per scontato, è facile pensare: ah ma c’era quella zona, quell’area musicale e sonora… Io, per esempio, pubblicai il mio primo disco nell’81. I Litfiba pubblicarono il loro primo disco, credo, nell’82 o 83. Quindi, come potevo sapere che esisteva Piero Pelù e che esisteva una zona toscana di questo tipo? Non erano ancora nati i Diaframma, i Neon, i Litfiba, non esistevano nell’81. Quindi non potevo conoscerli. Come non potevo conoscere Faust’o ed Enrico Ruggeri. Li ho scoperti dopo. Come loro mi hanno scoperto dopo, quando siamo entrati in un’area discografica, chi indipendente, chi multinazionale come me, ed incominciavano a circolare i primi dischi. Penso che tu mi capisca. Perché ci sono molti equivoci. Spesso vedo o sento dire: "Garbo si è ispirato a David Sylvian". Ma chi cazzo era David Sylvian? Ha la mia età!
Si può dire però che Bowie e l’estetica berlinese siano state influenze decisive su di te?
Sì, ma se tu parli con Simon LeBon, se tu parli con Robert Smith – a volte ci siamo incontrati in giro – se tu parli con Dave Gahan, se gli chiedi quali sono le fonti, i punti di riferimento, ti dicono le stesse cose: siamo nipoti di Bowie, di Lou Reed, dei Roxy Music e basta. E io so per certo che David Sylvian si è ispirato assolutamente ai Roxy Music e a Bowie. Così come ti posso dire che ho parlato con Robert Smith una volta e mi ha detto: "io sono nato e cresciuto con David Bowie, Lou Reed e questo mondo". Cioè, tutta la scena Wave così’ definita mondiale, americana punk (Ramones, Sex Pistols, Clash) ovviamente ha come riferimenti ciò di cui ho parlato. E’ proprio una questione anagrafica. Io ero un bambino, un ragazzino, amavo questa musica… e questa gente oggi se fosse viva avrebbe 70 e passa anni, è uno scarto generazionale di due lustri. Bowie ha 11 anni più di me (se fosse vivo). Noi oggi che stiamo diventando tutti più o meno sessantenni abbiamo questi zii musicali. Bowie è il papà delle nuove generazioni, dei musicisti che oggi sono quarantenni, e che recuperano certe sonorità. Ci sono molti artisti che si affascinano a queste cose insomma. Sembra una staffetta, che si percorre nel tempo, e dove ognuno a modo proprio affronta delle strade, dei percorsi personali che sono poi, devono fare i conti con i nostri genitori, con chi ci ha preceduto. Abbiamo delle eredità e poi a nostra volta speriamo poi di creare qualcosa che rimanga nel tempo in eredità a chi viene dopo.
Ma tu c’eri già stato a Berlino quando hai inciso quel primo disco oppure l’hai immaginata alla Salgari?
No, assolutamente non c’ero mai stato. La sognavo. La immaginavo così. Avrei voluto essere molto “europeo” nell’81. Mi ricordo che feci un’intervista, la prima che feci, con Marco Mangiarotti per il quotidiano Il Giorno. Alla domanda: “Ma perché Berlino?” E io: “Perché sulla carta d’identità mi piacerebbe avere scritto: cittadino europeo. E non italiano”. Sebbene cantassi in italiano, nella mia lingua, avevo bisogno di un respiro più internazionale. A me non piaceva molto la musica italiana. Non mi piacevano i cantautori, non mi piaceva il Prog… Non tenevo a casa questi dischi. Ho un fratello maggiore che anche lui amava altro e forse mi ha ispirato anche il mio fratello maggiore di 4 anni, fu lui per primo ad avere la possibilità di comprarsi il primo Lp (a 18 anni e io ne avevo 14). E mi diceva: senti questo disco… Magari comprava cose diverse da quelle che accadevano qui. Anche quello mi condizionò, mi influenzò. Per cui, Berlino forse perché veramente poteva essere la capitale di un’Europa musicale che non esisteva. Cioè, 35 anni fa non esisteva. Io sognavo quelle cose lì. Te lo dico molto umilmente e sinceramente.
Nel tuo primo disco ci sono alcune canzoni in inglese. Era un compromesso?
Quando iniziai, quando pubblicai A BERLINO VA BENE, sai quanti insulti perché io cantavo in italiano? Ma veramente, tanta gente che poi, ho scoperto, amava un territorio che era quello che seguivo anch’io, diceva: ma tu sei pazzo, ma come fai a cantare quella roba in italiano? Chiaramente lo spazio maggiore su A BERLINO VA BENE, il mio primo album, è in italiano. Poi ci sono dei riferimenti anche, dei tentativi con pessima pronuncia fra l’altro, di lingue altre. Ma io penso che se ricordo quel periodo, quanto poi mi sono battuto... [..] Luca Ragagnin, lo scrittore, che poi collaborò anche con i Subsonica - ovviamente che nacquero dopo - fece un pezzo che mi riguardava, fece un articolo all’interno di una rivista di poesia, parlava di me, dicendo che a Torino quando sono uscito si parlava di Garbo come un assassino. Quella che veniva definita la New Wave già all’epoca non si poteva fare in italiano. Perché tutti avrebbero cantato in una lingua impropria. Generalmente è l’inglese o l’inglese americanizzato. Non so, ho questi ricordi. Però io me ne fregavo, e poi ho iniziato a fare le mie cose così. Perché cantare in inglese? Perché i miei riferimenti parlavano quella lingua. Quindi a volte la citavo. Però ci volevo cantare dopo in italiano. Non mi interessava esprimermi attraverso qualcosa che non controllo. Io non penso in inglese. Non sono così bravo. Conosco qualcosina. Se scendo all’aeroporto di Heathrow, sì, posso… me la cavo. Ma se devo esprimere un concetto filosofico mio, personale, non mi capirebbe nessuno, perché non saprei come esprimermi. Io penso in italiano e vivo in italiano.
E poi, in definitiva, i tuoi pezzi più belli sono quelli in italiano.
Chiaramente penso in italiano, vivo in italiano, le mie emozioni dentro al mio cervello e i miei sentimenti si esprimono in italiano. E quindi evidentemente non potrei… Ma per gioco sì, ovviamente… Ho amici (Andy ex-Bluvertigo) che vedo spesso perché io vivo, lavoro e registro a Monza, e quindi è un amico, piuttosto che Andrea Chimenti… Si divertono… So che Andrea Chimenti fra poco uscirà con un disco di cover di Bowie. Lui in giro fa cover di Bowie, come Andy. Si divertono, va bene, non c’è nessuna pretesa da parte loro, fra l’altro lavoricchiano anche un po’. Suoni, la gente viene a vederti, gli regali le cover di Bowie. Io non lo farei mai perché non la ritengo opportuna per me questa cosa. Ma c’è chi lo fa.
Hai un seguito all’estero? Che rapporto hai avuto con l’estero nel corso degli anni?
Dal momento in cui ho iniziato questo percorso in modo pubblico, ufficiale, quindi dall’81 in poi, è chiaro che c’è stato anche un rapporto con l’estero. Il fatto è che io feci quel disco e quindi conobbi finalmente un po’ Berlino. Andammo la prima volta 15 giorni con Mister Fantasy [il programma Tv di Carlo Massarini, ndr]. E lì la prima volta rimasi 15 giorni. Girai anche la città. Fu molto interessante perché c’era questo muro, perché c’era questa tensione, c’era questa isola occidentale dentro l’est, ed era affascinantissima perché la gente viveva in un modo a me sconosciuto. La Berlino di oggi non c’entra assolutamente nulla con la Berlino che vidi io. Ti racconto un aneddoto: a un certo punto stavamo facendo delle riprese RAI per Mister Fantasy. Si decide che io salga su una torre di ispezione del muro. E c’era questa ripresa. La mia emozione è stata molto forte, perché salendo, salgo sulla torretta d’ispezione, e dall’altra parte c’era filo spinato, campo minato, cento metri di fascia protettiva tra filo spinato e mine, e poi la strada dove passavano le camionette dei militari per controllare che non ci fossero tentativi di fuga. Allora salgo su questa torretta. Dall’altra parte c’è una camionetta militare e un jeep con gente che ha in mano il binocolo, il mitra, e mi guarda sulla torretta. E io vedevo questo dall’alto della torretta. E mentre da una parte c’era la camionetta con i militari, le armi e il binocolo, dall’altra c’era il polistirolo per fare meglio le inquadrature con la telecamera, le luci e il ciak. Io lì ho pensato: sono al centro della storia del Novecento. Cioè, da una parte le telecamere e dall’altra parte il mitra. E’ francamente l’Europa del Novecento. Lì ho capito che stavo conoscendo gli altri Paesi, il rapporto con l’estero. Pensa che siamo riusciti all’epoca ad andare, guidati e controllatissimi, a Est, a entrare a Berlino Est. Io sapendolo, ho comperato due o tre paia di calze da donna, di collant, cose così. Ti giuro che le ho regalate a delle ragazze dell’altra parte. E io mi ricordo questa scena. Le ho detto: “non so, penso possa essere della tua misura”. E si è messa a piangere la ragazza. Come se tu oggi arriva qualcuno e ti dice: ti regalo la nuova Fiat, la 500 nuova perché mi sei simpatico. Questa ragazza per un paio di calze si è messa a piangere. Oggi è cambiato tutto. Quella ragazza oggi sarà sicuramente una donna della mia età e probabilmente passeggia tranquillamente da una parte e dall’altra della Porta di Brandeburgo, e magari sposata con un senegalese. Tutto è cambiato, e io ho questo rapporto con l’estero. La Londra del ’78 che vidi io non è certo la Londra di oggi. Così come la Milano di allora – si diceva – non è assolutamente la Milano di oggi. Nel bene e nel male è cambiato tutto, nel mondo, lo scenario. L’immigrazione…. Che non esisteva allora. Mi ricordo che andai a Parigi per andare a Londra insieme a un amico. Avevo 18 anni. Abbiamo preso il treno, si è fermato a Parigi. Io vidi il primo uomo di colore a Parigi. Nel ’78. Era impossibile vedere una persona di colore.
Dopo EMI e Polygram sei passato a case indipendenti. Hai sofferto il fatto che le major abbiano fatto un cambio di rotta a un certo punto?
Mah, più che sofferto, io mi ero veramente rotto le palle di vivere rapporti con la discografia per cui venivi sempre rimbalzato. Tu avevi delle idee e volevi pubblicare quell’album e magari ti dicevano: no, non è il momento, aspettiamo… Passava un anno e tu magari non avevi più voglia di pubblicare quello che avevi fatto perché la tua mente era già altrove. Be’, sofferenza certo, perché tu sai benissimo che se per la discografia, soprattutto all’epoca, non fruttavi tanto, ti dicevano: non vai più bene perché non rendi economia. Non investivano neanche tanto, su dei personaggi che non erano così nazionalpopolari o artisti che erano “strani” da gestire, Quindi è inevitabile che per me o artisti come me c’era un allontanamento o un collocamento altrove. Fu inevitabile. Se parli con Piero Pelù fiorentino che invece nasce come indipendente, che entrò nel circuito major più tardi – dopo…
Lui ha fatto il contrario di quello che hai fatto tu.
Per me è una situazione un po’ bizzarra. Nel senso che ho avuto visibilità subito. E poi dopo, anche di comune accordo, negli anni, dopo 7, 8 anni, mi pesava stare dentro a quella situazione. Mi rendevo conto che non ero molto ben capito. E quindi le cose sono andate così.
In Italia secondo te chi sono i tuoi discepoli, tra i nuovi degli ultimi anni?
Be’, quelli che me l’han detto. Mi viene in mente Francesco Bianconi dei Baustelle che quando ci siamo incontrati mi dice: sai che mi hai rovinato la vita tu? Gli dico: in che senso? E lui: avevo 14 anni, ti ho visto a Sanremo, e ho pensato che anch’io volevo fare quello. Poi, non so, me lo diceva Boosta dei Subsonica. Andy, o Morgan: noi abbiamo amato come te – in ritardo – David Bowie, queste cose... Perché chiaramente erano ancora più piccoli…: “in Italia c’eri tu e qualcun altro che facevano delle cose..” Ecco: ti cito quelli che conosco, quelli che me l’hanno detto di persona. Quindi i Bluvertigo, i Subsonica, i Baustelle. Perché non vorrei peccare di presunzione: ti dico solo chi me l’ha detto.
Ora questo tuffo nel passato. E finita questa promozione, il tuo futuro che prevede?
Mi fermerò. Eventualmente... qualcuno adesso mi sta giustamente dicendo: perché non fai un minitour, aggiungi a questo ultimo tour una decina di date, facciamo solamente i primi due album… Eh, vabbe’, può anche darsi che succeda, adesso non sappiamo ancora, perché insomma, si tratterebbe poi di produrre questo live in più. Non è una cosa immediata. Poi interrompo la mia attività live perché penso che sia giusto così. Perché mi sento un pensionato in qualche modo [ride, ndr]. Probabilmente farò un disco nuovo però. Mi piacerebbe fare un disco nel 2018, lavorarci, di cose inedite. E mi piacerebbe farlo molto, molto sperimentale. Cioè, mi piacerebbe fare delle cose che non ho ancora fatto.
E’ una cosa molto bowiana…
Ma perché sono vecchio… Nel senso che ho tempo a disposizione… Io ho già fatto delle cose… E se devo dire, se tu mi fai la domanda che non mi hai fatto ma mettiamo che me la fai, e mi chiedi: qual è il tuo disco migliore, io ti posso dire… Guarda, fino a qualche anno fa ti avrei detto: non lo so perché per me sono tutti dischi importanti, non c’è un disco migliore. Oggi io non ho niente da perdere, ti direi… Io ho fatto un disco che si chiama APRES LA HAINE, a metà degli anni 90. E trovo che sia il mio disco migliore. Molto sperimentale, perché è musica da camera virtuale. Poi lì sono intervenuti anche con un grande regalo che mi han fatto anche scrittori importanti, Ammanniti, tutti i pulp cannibali italiani, Tiziano Scarpa... A parte la loro parte letteraria, ma io musicalmente, compositivamente, ho fatto un lavoro bellissimo per quanto mi riguarda. E oggi ti direi che quello è il mio disco migliore. Sperimentale vuol dire andare ad esplorare zone che ancora io non ho toccato. E quindi mi piacerebbe fare un disco così. Poi non me ne frega un cazzo se non vende niente. Lo voglio fare per me. A 60 anni me lo regalo.
Articolo del
07/05/2018 -
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