Il Piper Club è stato un leggendario locale notturno di Roma, nato nel 1965 ed arrivato fino ad oggi. Il periodo che ne fa un locale diverso da tanti altri è però senz’altro quello che va dalla fondazione al 1970, in cui divenne il tempio del beat italiano, costellato di opere d’arte d’avanguardia, a partire dal palcoscenico firmato da Claudio Cintoli, e in grado di ospitare band di caratura internazionale come Procol Harum, Byrds e Pink Floyd.
Buona parte della scena rock nostrana e “importata” degli anni 60 trovò lì la propria consacrazione (Rokes, Equipe 84, Le Orme, New Dada, Patrick Samson, The Primitives, I Giganti, New Trolls, I Corvi); qui nacquero personaggi di primo piano della musica e dello spettacolo italiani (Patty Pravo, Romina Power, Mita Medici, Renato Zero, Caterina Caselli, Loredana Berté, Mia Martini); passarono personaggi già affermati come Rita Pavone, Nino Ferrer e Fred Bongusto; qui si tenne la presentazione dell’incredibile band d’avanguardia rock Le Stelle di Mario Schifano, voluta e sponsorizzata dall’omonimo esponente della pop art sul modello di quanto fatto da Andy Warhol coi Velvet Underground.
Il locale divenne presto meta della gioventù più alla moda quanto del jet set italiano e internazionale: andare al Piper era anche un’occasione di studio sociologico della nuova gioventù. Il successo fu tale che il locale aprì una succursale a Viareggio, allora sede del turismo d’elite, e fu imitato, anche nel nome, da molti altri club in giro per la penisola. Quanto basta, insomma, per celebrarlo con un’iniziativa editoriale che cade, peraltro, nel sessantesimo della sua fondazione. Corrado Rizza, dj da 40 anni, ci prova con questo volume edito da Vololibero.
Il volume contiene indubbiamente tantissimo materiale, soprattutto iconografico: di valore la pianta del locale, le foto degli interni, dei frequentatori, noti e sconosciuti, e anche le scalette tipo dei dj nelle serate anno per anno. Si scoprono molte cose interessanti, tanti avventori che non ho nominato nelle righe sopra e che invito a scoprire. Quindi come fonte di materiale il libro è di sicuro pregio. Sorvolando sull’irritantissima dizione errata Procul Harum (sì, con la U) ripetuta per tutto il libro, tranne in un’unica occorrenza, i difetti sono di due tipi: le testimonianze dei protagonisti e l’inquadramento storico-critico. Rizza, oltre a fare il dj, ha diretto cinque documentari, di cui uno proprio sul Piper (“Piper Generation”, 2022, visibile su Raiplay, ma che al momento in cui scrivo non ho visionato): ecco, il taglio è quello del documentario, per cui mancano l’approfondimento e il controllo storico-critico che ci si aspetta da un saggio: le testimonianze sono vaghe, non collocate nel tempo; addirittura ci sono sei pagine di dichiarazioni irrelate, astratte da tutto.
L’intervistatore doveva essere più ficcante, compiere un lavoro di ricerca, costruire una storia ragionata del locale e del suo impatto sociologico, compiendo magari ricerche sulla stampa dell’epoca. Il volume lascia quindi insoddisfatti, con una forte sensazione di occasione perduta, in quanto non va al di là della celebrazione nostalgica di un certo clima, di una certa gioventù, di certi indubbiamente bellissimi tempi, tutto sommato vuota. Peccato, anche perché 29,50 € dell’acquirente meritano qualcosa di più. Consigliato a chi cerca materiale grezzo sul Piper.
Articolo del
06/03/2025 -
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