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Nel caso di Miles Davis, sarebbe giusto dire che molti dei suoi eredi lo hanno superato in tecnica esecutiva, pulizia, timbro, ma non quando si parla di passione, feeling, personalità, in sintesi, quando si parla di “Swing”. “Amandla” non è certo il migliore album della discografia davisiana, ma neanche il peggiore. E’ uno di quei lavori che la critica si limita a definire controverso, parola di cui ho sempre percepito un certo abuso, soprattutto se messa in relazione a concetti musicali. Per quanto mi riguarda, un disco può essere insipido, banale, perfino triste, ma mai “controverso”. Tornando ad argomenti più seri, “Amandla” è da ascoltare con attenzione: l’ “harmon mute”, la sordina che ha reso inconfondibile il suono della sua tromba, non lo abbandona neanche stavolta: ma Miles sta invecchiando, e si sente. Nelle ultime, brevi interviste, le opinioni a giudizio dei suoi colleghi sono sempre più spigolose; negli ultimi dischi, il suono è più tagliente e sottile che mai e gli abiti sempre più stravaganti. Ormai si divide (siamo nel 1989) tra un esilio di lusso nella villa di Malibù e la sua seconda grande passione dopo la musica che è la pittura (la front cover di “Amandla” è proprio un suo dipinto). Il Jazz è diventato quasi un passatempo, un divertissement. Questo è il senso di “stanchezza” (non a caso lo metto tra virgolette) che viene fuori da “Amandla”. Eppure Miles riesce a stupirci ancora una volta, tirando fuori dal suo cilindro qualche piccola magia, e quando abbandona la sordina per distendersi verso sonorità più calde ed ampie, sembra somigliare ancora al vecchio Miles che tutti conosciamo, prima giovane boppers, poi precursore del “cool”, poi alla guida di artisti del calibro di Herbie Hancock, Dave Holland, Wayne Shorter, Chick Corea. Miles torna allo smalto di un tempo, lo stesso che lo ha fatto ibridatore di stili e uomo-cardine in ogni sua esperienza musicale. Marcus Miller, che in “Amandla” sostiene Miles ben più di un semplice compagno di viaggio, costruisce attorno al trombettista una serie di splendidi arrangiamenti, come in “Mr.Pastorius”, tappeti di synth che virano verso la "World music” (“Catémbe”) e verso il Pop (“Big time”). Miles Davis muore nel 1991, due anni dopo l’uscita di “Amandla”, al termine di una carriera ricca di onori e di troppi timidi eredi.
Articolo del
12/11/2003 -
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