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Le influenze sono indubbiamente vaste: dal Blues al Rock, dal Country al Jazz, il tutto convogliato in una mente a dir poco onnivora. Ogni nota si trasforma in energia, l’energia di dieci dita che percuotono, che possono e sanno fare di tutto appena si poggiano sui tasti di un pianoforte. Personaggio schivo, bizzoso e autoritario, Keith Jarrett è uno degli esempi più eclatanti di genialità e originalità nel Jazz degli ultimi trent’anni. A leggere il suo lungo e ricchissimo curriculum sale un timore quasi reverenziale, neanche si trattasse di un’autorità religiosa o di uno di quei grandi della statura di un Leonardo da Vinci: a tre anni le prime lezioni di piano, a sette il primo concerto, a tredici il primo recital di composizioni a suo nome, poi la Berklee school, i Jazz Messengers di Art Blakey, Tony Scott, Jack De Jonette , Miles Davis, e ancora Bach, le incisioni di musica classica, in un continuo crescendo artistico, sempre fedele al suo “essere Jarrett”. Il fatto di aver preso distanza dalle grandi formazioni come il quintetto o il quartetto, scegliendo, da qualche tempo a questa parte, di esibirsi prevalentemente in trio o in assolo, non lo ha portato minimamente ad una chiusura, anzi. I suoi ultimi concerti hanno il respiro di vere e proprie sinfonie, con una durata che varia dai tre minuti alla mezz’ora a canzone, momenti durante i quali Jarrett illustra ad un pubblico generalmente incantato la sua visione del mondo, mettendo in mostra sconfinate doti e innalzando, tra l’audiance e la sua arte, un’impenetrabile barriera. -------------- L’album che vi presentiamo è forse uno di quelli meno conosciuti della sua discografia, ma porta ugualmente con se una magia e un pathos difficilmente eguagliabili. I tratta per lo più di incisioni dal vivo di brani registrati tra il ‘73 e il ’75, a testimonianza di uno dei periodi più fortunati della carriera, quello a cavallo del celeberrimo “Köln Concert”. Grazie ad esso il giovane pianista si guadagnerà fama mondiale: lui, poco più che ventenne, fisico esile, capigliatura folta e barbetta caprina, tutto sommato la caricatura di un pianista. E’ davvero ardua l’impresa di segnalare le tracce migliori: per essere meno di parte che mai, dirò, senza eccedere nei particolari, che la sequenza “Bop-Be”, “Vapallia” e “Tresure Island” (rispettivamente tracce 4, 5 e 6) è da brivido, e che “Silence” è, nella apparente monotonia del tema, un piacevole scoperta. Un’attenzione particolare la merita senz’altro “Vapallia”, lunga cadenza in free tempo, che sfocia in un’elegante ballad. A completare il quadro intervengono Dewey Redman al tenore, Charlie Haden al basso, Paul Motian alla batteria, Danny Johnson e Giulherme Franco alle percussioni. ----------- Classicità mozartiana, l’emotiva passione di Chopin, il brivido estatico di Glenn Gould. La mano del “dio-Jarret” sfiora i tasti, la mente dell’ “uomo-Keith ” la comanda.
Articolo del
21/11/2003 -
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