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E’ uno dei “grandi pionieri”, e nell’albero genealogico dell’hip-hop è collocabile immediatamente dopo il mitico Kool Herc. Originario del Bronx, ragazzo alto e di stazza robusta, Lance Aasim si trovò immerso nel clima di guerra tra bande dei primi anni settanta; egli stesso fece parte di una divisione della gang dei Black Spades, costituitasi presso il Bronx River Project nel 1969. Ma non durò molto: venuto a conoscenza degli insegnamenti di Martin Luther King e Malcolm X, il giovane Aasim iniziò a sviluppare una forte consapevolezza sociale (che in seguito applicherà alla sua produzione musicale) e si ribattezzò con l’attuale nome d’arte Afrika Bambaataa, preso in prestito da un capo zulu del diciottesimo secolo. ---------- Vivendo nel Bronx, verso la metà degli anni settanta Bam partecipò alle feste nelle scuole, nei centri sociali e nei parchi in cui si esibivano i sound-system di Kool Herc e di altri dj’s meno noti, come Kool Dee, Flowers, Pete Dj Jones, Maboya e Smokey. Stava avendo luogo la nascita del rap, e il giovane Bam non volle restarne fuori, mettendo su un gruppo chiamato Organization. Secondo Mr. Biggs, il rapper del successivo gruppo di Bambataa Soul Sonic Force, tutto ebbe inizio nel 1974: “Eravamo solo io, Bambaataa e un tizio chiamato Cowboy (non quello che sta con Grandmaster Flash), e una ragazza che si chiamava Queen Kenya. Bam aveva appena ricevuto una nuova attrezzatura da DJ come regalo per il diploma delle superiori e si era messo a far girare dischi. Io una volta presi in mano il microfono, mi misi a giocare col rap, e da allora non ho più smesso”. La caratteristica di Bam, come d.j., era quella di non ammettere alcuna divisione stilistica: metteva di tutto, dai Kraftwerk a James Brown, dalla Yellow Magic Band ai Rolling Stones, bastava che si potesse ballare. E intanto, alla maniera di Kool Herc, selezionava dei breaks adatti a far rappare i suoi MC. Alla fine degli anni settanta il gruppo si allargò, con l’inclusione di brakdancers, e venne ribattezzato Zulu Nation, un concetto che Bambaataa avrebbe esteso a livello planetario. L’idea in realtà gli era venuta molto tempo prima, dopo aver visto il film inglese “Zulu” con Michael Caine: creare un’organizzazione informale, dedicata alla pace e alla coesistenza tra bande diverse, e finanche tra neri e bianchi e gente di qualsiasi colore. Il tutto, attraverso la potenza terapeutica del ballo e, specificamente, dell’hip-hop. Fu in questo periodo che, a New York, la fama del d.j. Afrika Bambataa e della sua crew Zulu Nation crebbe a vista d’occhio; nel giro di pochi mesi, dai sound-system arrangiati dei parchi, Bam passò a esibirsi nelle discoteche a’ la page di Manhattan, come il Mudd Club, il Ritz, il Peppermint Lounge, il Danceteria, il Limelight. Nel 1980, negli ambienti delle discos, cominciò a circolare un 12” della Winley Records, “Death Mix”, accreditato ad Afrika Bambaataa. Si trattava di una sorta di bootleg: secondo Bam, qualcuno aveva surrettiziamente registrato un nastro di un suo spettacolo e l’aveva pubblicato a sua insaputa. Ciò non impedì a Bambataa, insieme a un gruppo di rappers denominati Cosmic Force, di pubblicare sempre per la Winley un secondo mix, “Zulu Nation Throwdown”. “Servì a farci conoscere a Manhattan”, ha ricordato Bam nel libro di David Toop sul rap, “E piacque a un mucchio di new wavers. Fu una sorpresa, perchè quel pezzo non lo potevo soffrire, finchè non mi capitò di ascoltarlo dall’impianto del Ritz. Cominciai ad andare per i club che mettevano quel pezzo, e cominciò a piacermi. Allora con i Soul Sonic Force facemmo la Parte Seconda, e non ne sapemmo più nulla. Quella casa discografica è un disastro.” Bam in questo periodo aveva il fido dj Jazzy Jay che lo affiancava alla consolle, ma lavorava altresì con svariati gruppi di rappers e breakers, come continua a fare ancora oggi. I più importanti erano i Soul Sonic Force, tre rappers dai nomi d’arte di Mr. Biggs, G.L.O.B.E. e Pow Wow. Fu con loro che nel 1982, per la nascente etichetta Tommy Boy, Bambataa registrò “Planet Rock”, il pezzo che impresse una nuova direzione all’hip-hop. Il d.j. del Bronx per la prima volta fu libero di combinare elementi tratti da tutte quelle che fino ad allora erano state le sue influenze musicali: la linea di synth di “Trans Europe Express” dei Kraftwerk, l’elaborazione chitarristica “The Mexican” (un remake del tema di “Per un pugno di dollari” di Ennio Morricone), il ritmo di “Super Sperm” di Captain Sky. Il risultato era un mostro di tensione elettronica, un pezzo da ballo che prendeva spunto dalla tecnica di “cutting” tipica dell’hip-hop, ma che a questo punto diventava tutt’altra cosa, tanto che fu coniato, per definirlo, il termine “electro”. Il disco spopolò tra i frequentatori di discoteche e lanciò definitivamente Afrika Bambaataa nel firmamento delle stelle del rap. In realtà, Bam aveva avuto un ruolo marginale nella creazione del disco, essendo, per sua stessa ammissione, un “organizzatore”, non certo un musicista nè un rapper. “Planet Rock” era, in realtà, la creazione del produttore Arthur Baker e del tastierista John Robie; erano loro che, seguendo le indicazioni di massima del d.j. e usufruendo di nuove tecnologie (la nuova drum machine Roland 808, synth moderni e polifonici come il Linn e l’Oberheim) avevano reallizzato un collage sonoro imponente e maestoso, un mostro futuribile che per almeno due-tre anni continuò a fare tendenza. Bambaataa si prese il merito e la fama; la maggior parte dei soldi, invece, andarono alla Tommy Boy, che (pare) ancora nel 1993 riceveva più di 100.000 dollari di licenze per “Planet Rock”, da artisti rap che lo avevano campionato. -------------- D’altro canto (e la Tommy Boy se ne rese conto) Bam era anche un gran personaggio, bizzarro il giusto per essere spendibile sul mercato: alto, grosso, con le sue perline e i suoi medaglioni con la forma dell’Africa, e la sua idea della Zulu Nation, la “hip-hop nation under one groove”. Dopo il successo di “Planet Rock”, però, Bam fu colto dall’ansia del successo. Avrebbe voluto incidere un pezzo innovativo almeno quanto il precedente e lui, Baker e Robie ci misero almeno otto mesi ad assemblare, tagliare, incidere e mixare i frammenti che avrebbero composto “Looking For A Perfect Beat”: un altro mostro elettronico, con le voci dei Soulsonic Force filtrate dal vocoder, consistente di frammenti brevissimi tagliati e mischiati insieme, a formare uno stupefacente effetto-sinfonia. Andò bene quasi come “Planet Rock”, ma non proprio: un anno dopo, l’effetto novità della ”electro” era passato, i Run DMC e il loro hardcore-rap iniziavano a mietere vittime, e Bam, dopo aver realizzato un ultimo pezzo degno di nota con i Soulsonic Force (“Renegades Of Funk”) fu costretto a cambiare completamente direzione. Iniziava, per il d.j. del Bronx, l’era del ritorno al funk d’antan e delle collaborazioni con i grandi nomi. Dapprima quella con Melle Mel, il principale Mc dei Furious Five di Grandmaster Flash (“Who Do You Think You’re Funkin’ With?”). Poi un inno funk alla pace, “Unity”, con un James Brown pre-galera; per finire a duettare con Johnny Rotten, il cantante punk dei Sex Pistols, in “World Destruction”. ------------------------ Quando, nel 1986, esplodono la Def Jam e l’hardcore-rap, Afrika Bambaataa è considerato ormai una figura appartenente a un tempo mitico e lontano, il “padrino dell’hip-hop”. La sua “Zulu Nation”, in particolare, ha contribuito ad estendere il verbo dell’hip-hop in tutto il mondo, in particolare in Francia e in Sudafrica, ma anche in Italia. Quando Bam arriva in Europa a presentare il nuovo LP, “Beware (The Funk Is Everywhere)”, preferisce parlare di temi sociali piuttosto che di musica, con accenni alla controversa Nazione dell’Islam di Luis Farrakhan. In particolare, a Bambaataa non vanno giù le nuove leve dell’hip-hop, quelle del cosiddetto “hardcore” (come Run DMC e LL Cool J) che fanno tutto fuorchè lanciare quel messaggio un po' hippy, alla “pace e amore”, a lui caro. E’ ormai chiaro, però, che, nonostante le sue molteplici attività a tutto campo, la rilevanza artistica di Bam si è assottigliata: in “Beware” c’è poco da salvare, aldilà di uno splendida cover elettronica della musica di John Carpenter per il film “Assault On Precinct 13” (ribattezzata “Bambaataa’s Theme”). E nel successivo LP di Bambaataa “The Light”, inciso con un nuovo collettivo denominato The Family, c’è anche poco o nulla hip-hop. ------------------ I fans ormai lo snobbano, e storcono il naso davanti a “Return To Planet Rock”, realizzato con la collaborazione dei Jungle Brothers. Nell’estate del ’91 Bam si distacca del tutto dal modello hip-hop e incide, con dei produttori italiani, un LP di musica house, “1990-2000 The Decade Of Darkness”; il singolo “Just Get Up And Dance” conquista le classifiche di vendita dance, ma gli fa perdere definitivamente il rispetto dei fans, con il suo ritmo tambureggiante da discoteca e il suo motivo stupido e orecchiabile. L’anno dopo è la volta dell’ennesimo “cash-in” sugli allori del passato, con un album intitolato “Don’t Stop - Planet Rock Remix”, che si avvale della produzione degli 808 State, degli LFO e dell’ex-Kraftwerk Karl Bartos. E’ presente anche la versione originale di “Planet Rock”, più fresca e attuale che mai, migliore di qualsiasi inutile remix techno. ------------ Per Bambaataa è arrivato il momento di prendersi una pausa di riflessione, e per qualche anno si dedica esclusivamente alla sua Zulu Nation (con filiali pressochè ovunque) e al suo ruolo di ambasciatore dell’hip-hop nel mondo. Il vecchio leone riemerge sulla scena solo nel 1996, con un nuovo album per la Profile (“Warlocks And Witches…”) che pochi, però, hanno ancora la voglia di comprare. ---------------Bambaataa continua, bene o male, ad essere una importante presenza della scena, anche se il suo status, ad oggi, è sicuramente più elevato in Europa che negli USA: è recente la pubblicazione della doppia compilation “Afrika Bambaataa Presents The Eastside”, in cui Bam fa la parte del maestro di cerimonie collazionando una serie di brani hip-hop noti e meno noti. La grandezza della sua produzione dei primi anni ’80 resta, però, indiscutibile: per averne una conferma, basta procurarsi la straordinaria compilation che la Tommy Boy ha pubblicato nel 2001, dal titolo “Looking For The Perfect Beat 1980-1985” e contenente, oltre ai “classici” "Planet Rock" e "Looking For The Perfect Beat", anche brani ormai introvabili – e seminali nell’evoluzione dell’hip-hop – quali “Zulu Nation Throwdown” e “Jazzy Sensation”. -------------
Discografia essenziale: --- “Death Mix” 12” (Winley, 1980)----- “Zulu Nation Throwdown” 12” (Winley, 1981) - con i Cosmic Force----- "Planet Rock" 12" (Tommy Boy, 1982) - con Soulsonic Force----- "Looking For The Perfect Beat" 12" (Tommy Boy, 1982) ----- "Renegades Of Funk" 12" (Tommy Boy, 1984) - con Soulsonic Force----- “Planet Rock - The Album” (Tommy Boy, 1986) - con Soulsonic Force----- "Beware (The Funk Is Everywhere)" (Tommy Boy, 1986) - & Family----- "The Light" (EMI, 1988) - & Family----- “Don’t Stop - Planet Rock” (ZTT, 1992) ----- "Warlocks And Witches, Computer Chips, Microchips And You” (Profile, 1996) ----- “"Looking For The Perfect Beat 1980-1985” (Tommy Boy, 2001)
Articolo del
18/12/2003 -
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