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La sua benemerenza è dovuta al fatto che è stato il primo rapper della Costa Ovest ad emergere e a proporsi in modo convincente sulla scena internazionale. Ma circoscrivere Ice-T è difficile, in quanto, da personaggio estremamente poliedrico qual è, si è anche dedicato all’heavy-metal, al cinema, alla tv e persino alla scrittura di libri, senza mai deludere. Nato nel 1959 con il nome di Tracy Marrow a Newark nel New Jersey, il futuro Ice si dovette trasferire a Los Angeles presso parenti ancora bambino, dopo che i suoi genitori persero la vita in un tragico incidente automobilistico. La sua ossessione con il rap risale al periodo in cui cominciò a frequentare la Crenshaw High School a South Central Los Angeles: fu qui che Tracy si attribuì il nomignolo di Ice-T, influenzato dalle opere di Iceberg Slim, un pappone divenuto celebre per i suoi romanzi e le sue poesie di strada. Alla fine della scuola, Ice si immerse nel clima dell’emergente scena hip-hop della Città degli Angeli. Un giorno del 1983 l’ambizioso rapper si presentò al VIP Record Store, un negozio di dischi di South Central Los Angeles di proprietà di Cletus Anderson, un imprenditore che gestiva anche l’etichetta indipendente Saturn (nota, fino a quel momento, per aver pubblicato “Bad Times” di Captain Rapp, un hit a livello locale). Anderson mise su uno strumentale e chiese ad Ice di improvvisare, per verificarne le qualità rappistiche. L’esibizione del ragazzino fu sufficiente perchè Anderson gli proponesse di venire allo studio di registrazione a incidere un disco. Prodotto da Jimmy Jam e Terry Lewis, che avevano appena rotto con Prince e stavano cercando collaborazioni con altri artisti, il 12” “The Coldest Rap” / “Cold-Wind Madness” uscì di lì a poco. Era piuttosto acerbo sul piano delle liriche (Ice-T asserisce di essere il miglior rapper in circolazione e poco altro) ed avvolto da eccessive sonorità electro, ma la voce c’era, e il singolo diede ad Ice-T il primo barlume di popolarità, dandogli modo di frequentare i club locali e mettersi in mostra. Il proprietario di un popolare locale hip-hop, The Radio, chiese ad Ice-T di esibirsi con frequenza regolare. Proprio in questo periodo a Hollywood si stava cominciando a preparare uno dei primi film sul rap, “Breakin’”: i produttori decisero di girare alcune scene proprio a The Radio, e ad Ice-T di partecipare alle riprese. Fu così che “Reckless”, un nuovo brano del rapper losangelino, trovò spazio nella colonna sonora del film. Era stato composto insieme al dj Dave Storrs, uno dei più popolari disc-jockeys di Los Angeles dell’epoca. Insieme a Storrs, Ice pubblicò altri pezzi per l’etichetta Electrobeat, tra cui “Killers” e “Body Rock”, entrambi più riconducibili all’electro che all’hip-hop in senso stretto (bisogna tuttavia sottolineare che “Body Rock”, nell’ambito dell’electro, è un vero capolavoro). In questo periodo (era già l’85) Ice-T iniziò a frequentare un altro club, l’ormai leggendario Eves After Dark. Era gestito da Lonzo Williams e da Andrè Manuel alias Unknown Dj, due membri della popolare posse World Class Wreckin’ Crew (a cui in seguito si unì un giovanissimo Dr.Dre). Ice-T iniziò un’amicizia con Unknown, nonchè con due dj’s di origine newyorkesi, noti con i nomi d’arte di Hen-Gee e Evil E. Presto dalle parole si passò ai fatti, e Ice si trovò ad incidere una sequela di pezzi insieme ai nuovi collaboratori: tra questi, “Ya Don’t Quit”, “Iceapella”, “Dog’N’The Wax” e, soprattutto, un brano il cui impatto fu superiore a qualunque cosa prodotta nella costa Ovest fino ad allora: “6 In The Mornin’”. Si trattò di un vero e proprio spartiacque nella storia dell’hip-hop californiano: influenzato in parte dai Run DMC, Ice-T era passato a suoni hardcore rap ed aveva abbandonato il derivativo “bragging” degli esordi per raccontare la violenta realtà dei ghetti di LA. dalla prospettiva dell’O.G, l’”original gangster” sfruttatore di ragazze e spacciatore di droga senza macchia e senza paura. In “6 In The Mornin’”, con uno stile asciutto (voce e ritmo di batteria, ma che ritmo!) gettava le basi del futuro “gangsta-rap” e proponeva al mondo una nuova prospettiva per l’hip-hop. “6 In The Mornin’” è a tutt’oggi un classico del genere. Lo status del brano è peraltro confermato dal fatto che nel ’97 sia stato ripreso sulla compilation “In Tha Beginning…There Was Rap” (celebrazione in forma di cover di alcuni dei brani più amati di sempre); purtroppo, però, l’incarico di “trattare” “6 In The Mornin’” è stato affidato a Master P, scaltro businessman ma anche uno dei più scadenti rappers in circolazione. E, sempre nel ’97, il mensile “The Source” ha citato il brano in una sua speciale classifica dei migliori singoli hip-hop di sempre. ----- Dopo aver firmato con la major Sire, Ice-T incise il suo primo album nel 1987, affiancato dal dj locale Aladdin e dal produttore (di estrazione newyorkese) Afrika Islam. “Rhyme Pays” confermava il cambio di stile e di immagine lanciato da “6 In The Mornin’”. Basato sul suono della drum-machine e sulla voce suadente e carismatica di Ice-T, si trattava del primo album proveniente da Los Angeles in grado di tenere botta, seppure a fatica, con le produzioni newyorkesi. Vendette oltre mezzo milione di copie benchè si trattasse di una prestazione, comunque, ancora derivativa. Aldilà di alcuni episodi isolati, il rapper losangelino doveva ancora assestarsi e trovare il “suo” stile. Cosa che Ice-T fece, puntualmente, nel corso dei successivi due anni. Dapprima ci fu la partecipazione alla colonna sonora di “Colors”, il film diretto da Dennis Hopper, in cui erano raccontate le sanguinose battaglie quotidiane tra le due principali gangs di Los Angeles, i Crips e i Bloods. Ice-T incise il pezzo trainante, “Colors”, che sia dal punto di vista musicale che da quello delle liriche ebbe un enorme impatto. Inoltre, insieme con il film, aveva il pregio di raccontare un aspetto di Los Angeles di cui i suoi non-concittadini non erano al corrente: nella città delle palme e dal costante clima primaverile avvenivano gli stessi omicidi cruenti ed efferati che si erano sempre associati con i paesaggi da dopo-bomba del Bronx. Ice-T formò una sua etichetta personale, la Rhyme Syndicate, e nell’88 pubblicò “Power”, un album che confermava i progressi realizzati con “Colors”. Affiancato dal suo fido dj Evil E e prodotto da Afrika Islam, Ice-T si affermava finalmente come un rapper di rara maestria, in grado di raccontare storie allo stesso tempo minacciose e divertenti, con scioltezza e incontrastato carisma. Basato essenzialmente, come il disco precedente, su suoni scarni e sulla drum machine programmata da Afrika Islam, “Power”conteneva alcune cose davvero brillanti ed ispirate, quali: “I’m Your Pusher” (con relativo sample da “Pusherman” di Curtis Mayfield), la pimp-track “High Rollers” e la party-track “Girls L.G.B.N.A.F.” (in cui l’acronimo stava per “Let’s Get Butt Naked And Fuck”). Come “Rhyme Pays”, era però assai discontinuo e presentava diversi pezzi-riempitivo che ne sminuivano il valore (la trita “Radio Suckers”, solo per citarne uno). A “Power” (che ottenne anch’esso vendite da disco d’oro) seguì la compilation “Rhyme Syndicate Comin’ Through”, in cui erano raccolti tutti gli artisti del giro di Ice; in seguito, di questi troveranno la fama il rapper bianco Everlast (con gli House Of Pain) e WC (qui parte del duo Low Profile insieme a dj Aladdin). Alla fine del 1988, Ice-T era la sola e incontrastata star del nuovo rap californiano, e fu in questa veste che intraprese un tour europeo che toccò anche l’Italia. Tornato in patria, incise un nuovo album che rappresentò una interessante evoluzione sia dal punto di vista sonoro che da quello delle liriche. In “The Iceberg/Freedom Of Speech…Just Watch What You Say” Ice-T conferiva maggiore enfasi a quei temi sociali che erano stati sfiorati dalle sue canzoni, ma non erano mai venuti allo scoperto. In “Shut Up…Be Happy” (con voce narrante di Jello Biafra del gruppo anarco-punk Dead Kennedys) è il conformismo della società americana a trovarsi nel mirino; ma in generale, l’attenzione del rapper è incentrata sulla reazione di una parte della società di fronte al dilagante successo dell’hip-hop. Anche i ragazzi bianchi, in quel 1989, si erano ormai appassionati al genere; genitori e lobbies politiche, di fronte alla crudezza dei testi, si erano schierati contro il rap e avevano suggerito l’adozione di una qualche forma di censura (che poi si risolverà nel famoso adesivo recitante “Parental Advisory - Explicit Lyrics”). “Freedom Of Speech”, sottotitolo del disco, è appunto uno degli episodi più interessanti. Altresì degna di nota, su “The Iceberg…”, la veemente “Girl Tried To Kill Me”, primo riuscito tentativo da parte del rapper di commistione tra hip-hop e heavy-metal, che in seguito avrà un inaspettato sviluppo nel progetto “Body Count”. (FINE PRIMA PARTE - segue)
Articolo del
12/01/2004 -
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