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E’ il più importante gruppo della “preistoria” dell’hip-hop; se non altro, perchè non c’è stato nessun altro tra i cosiddetti "pionieri" che sia riuscito a trasferire su vinile l’energia e le possibilità del genere come è riuscito a Flash e ai suoi cinque accoliti. Il futuro Grandmaster Flash era nato a Thongs Neck nel Bronx, a New York, con il nome di Joseph Saddler a metà dei 50’s, figlio di un avido collezionista di dischi jazz. Nel 1972 Saddler si iscrive al liceo tecnico Samuel Gompers (tra la 147esima e il Southern Boulevard), dove apprende a montare televisioni e impianti di hi-fi: nozioni che gli torneranno estremamente utili qualche anno dopo. In quel periodo cominciò a frequentare le feste che si tenevano nei parchi e per le strade del Bronx, tenute da dj quali Kool Herc, Lovebug Starski e Pete Jones. Fu quest’ultimo che prese il futuro Flash sotto la sua ala protettiva e gli insegnò i primi trucchi del mestiere. Dopo un breve periodo di apprendistato, l’adolescente Saddler decise di costruirsi un mixer su misura e iniziare a fare il dj per conto proprio: fu così che cominciò a diffondersi la leggenda di questo ragazzino del Bronx, che sapeva esaltare le folle con la sua eccezionale tecnica di “punch-phasing” e “scratching” sui dischi. A volte, però, la gente smetteva di ballare e si fermava ad osservare Flash mentre mixava, cosa che gli provocava un grande fastidio. Decise così di farsi affiancare da un intrattenitore, da un MC (Master of Ceremony). Il primo ad essere chiamato a rappare sui ritmi di Flash fu un certo Keith Wiggins, soprannominato Cowboy. Era il 1977. Flash, a tutt’oggi, lo considera uno dei creatori del rap, grazie anche al fatto di aver inventato ritornelli ancora classici quali: “Clap your hands to the beat” e “Say oh yeah”. Dopo un po', a Cowboy si aggiunse Melvin Glover, alias Melle Mel, che aveva uno stile più lineare e meno portato all’improvvisazione. Glover si portò appresso suo fratello Nathaniel, detto Kid Creole; infine si unirono al gruppo Eddie Morris (Mr. Ness altrimenti detto Scorpio) e Guy Williams (Raheem). Erano nati Grandmaster Flash & The Furious Five. In origine Flash e soci si esibivano gratis. Presto, però, vennero a chiedergli di partecipare a serate a pagamento in un piccolo club situato tra la 169esima e Boston Road, il Back Door. Le serate di Flash diventarono in un battibaleno un vero e proprio rito collettivo. Duravano dalle dieci di sera alle sette del mattino, ed erano sempre stracolme di ragazzi, alcuni dei quali erano scappati di casa per vedere il loro idolo. Dopo un po' Grandmaster Flash & the Furious Five si traferirono in un club più grande, il Dixie Club su Freeman Street, e in seguito alla gigantesca Audubon Ballroom, con una capienza di più di tremila posti. Andava tutto a gonfie vele: i locali erano stipati, i Furious Five stavano inventando e definendo il rap, Flash era famoso in tutti e cinque i boroughs di New York. C’era solo un ma: non avevano ancora inciso un disco e, tutto sommato, non ci stavano nemmeno pensando. Era ancora il periodo in cui nessuno credeva che l’hip-hop potesse interessare qualcuno nella sua forma registrata. Fino ad allora era stato ritmo, intrattenimento “live”, improvvisazione sui piatti del giradischi. Poi, una sera, alla fine del 1979, Flash ascoltò alla radio tre rappers mai sentiti prima rimare sulle note di “Good Times” degli Chic. “Sugarhill Gang? Chi diavolo sono?”, fu il primo pensiero di un imbestialito Flash. Il suo gruppo era stato battuto sul tempo da tre rappers di studio, la Sugarhill Gang, che nel ’79, con la loro “Rapper’s Delight”, incisero il primo disco rap di sempre e vendettero milioni di copie in tutto il mondo. Flash non mancherà di recriminare per molti anni: secondo lui, Grandmaster Flash & the Furious Five avrebbero dovuto essere i primi: erano i più bravi, i più famosi, avevano quasi inventato il genere, ma erano stati copiati e battuti sul tempo. Da quel punto in poi, Flash e i suoi cercheranno in tutti i modi di recuperare. Appena un piccolo produttore indipendente, Bobby Robinson della Enjoy, propose loro di fare un disco, i sei accettarono e incisero al volo “Superrappin’”. Era di gran lunga migliore di “Rapper’s Delight”, con un ritmo incalzante, le fantastiche sovrapposizioni delle voci dei Furious Five, e la stupefacente tecnica di Flash alla consolle. Ma, a differenza di “Rapper’s Delight”, non venne passato alle radio, ed ottenne scarsa risonanza. Il punto era che Bobby Robinson non aveva grandi agganci dal punto di vista promozionale. Flash e i Furious Five fecero allora la mossa di passare al “nemico”, ossia a quell’etichetta Sugarhill responsabile di tante frustrazioni. Il primo 12” ad essere pubblicato fu “Freedom”, un pezzo su cui però il dj Flash ebbe poca voce in capitolo. La base era tratta dal singolo “Get Up And Dance” di un gruppo chiamato Freedom, ed era stata completamente risuonata in studio dalla “house band” della Sugarhill. Vendette 50.000 copie e arrivò al numero 19 della R&B Chart di Billboard, seguito, nei primi mesi dell’81, da “The Birthday Party”, che si piazzò al n° 36. Ancora una volta, però, Grandmaster Flash e i Five non erano riusciti ad esprimere tutto il loro potenziale; e, anzi, adattandosi allo stile artefatto della scuderia Sugarhill, si stavano snaturando rischiando di perdersi nel mare delle produzioni anonime del periodo. Perciò il loro disco successivo fu una sterzata di 90 gradi: “Adventures On The Wheels Of Steel”, presentando per la prima volta su vinile le tecniche di scratching e cutting da un disco all’altro, è uno dei più importanti pezzi hip-hop di tutti i tempi. Flash ripropose semplicemente quello che faceva dal vivo: prese “Another One Bites The Dust” dei Queen, “Good Times” degli Chic, “Rapture” dei Blondie, “8th Wonder” della Sugarhill Gang e altri pezzi, e creò un esaltante collage sonoro su cui la voce di Debbie Harry ripeteva meccanicamente “Flash Is Fast”. Flash non solo era veloce, ma aveva anche una gran tecnica, tanto che dopo aver fallito la prima incisione (il tutto fu registrato “live”, senza possibilità di corregere eventuali errori) la seconda riuscì perfetta, pronta per essere masterizzata e portata sul mercato. “Adventures On The Wheels Of Steel” non ebbe un grande successo (arrivò solo al n° 55 della R&B Chart di Billboard) ma la sua influenza sulla futura evoluzione dell’hip-hop fu enorme. Basti solo pensare ai successivi collage sonori del Bomb Squad, produttori dei Public Enemy e, in tempi più recenti, a Dj Shadow. Altro pezzo seminale fu “Flash To The Beat”, uscito nel febbraio ’82; in precedenza c’era stato un disco bootleg dallo stesso titolo, uscito per la Bozo Meko Records; era stato registrato dal sound system di Afrika Bambaataa nel corso di un party al Bronx River Community Centre, e si basava su percussioni elettroniche, scratches a piè sospinto e il coro dei Furious Five su “Superrappin’”, “Flash is on the beat box…” Flash e i suoi Five decisero che avrebbero inciso la “loro” versione. Oggi “Flash To The Beat” è ricordato per essere stato il primo disco “ufficiale” ad usare una drum machine (in precedenza si erano usate parti di batteria rubate ad altri dischi, o i ritmi delle “house bands” delle case discografiche) anche se, in prospettiva, il pezzo è invecchiato sicuramente peggio di “Adventures On The Wheels Of Steel”. (FINE PRIMA PARTE - SEGUE)
Articolo del
22/01/2004 -
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