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Ecco il resoconto dell’intervista che Gianmaria Testa ci ha concesso il 22 gennaio, poco dopo il suo concerto all’Auditorium di Roma insieme ai musicisti che lo hanno aiutato nell’ultimo disco e, precisamente, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, Mario Brunello al violoncello, Philippe Garcia alla batteria e Piero Ponzo al sax e clarinetto. Il concerto è stato molto bello, con interpretazioni diverse di molte delle canzoni dell’ultimo album e di altre relative ai precedenti album, fra cui, dato il luogo, una bellissima versione di “Gli amanti di Roma”. Alla fine c’era molta gente che si era recata nei camerini a salutare Testa, colleghi quali Locasciulli e Fiorella Mannoia (molto soddisfatti) e semplici appassionati che volevano conoscerlo e fargli i complimenti. Fra questi ultimi anche il sottoscritto che aveva già preso appuntamento per la breve intervista che leggete qui sotto e che vuole ringraziare ancora una volta la manager di Testa, Paola Farinetti, per la disponibilità dimostrata. Per quanto riguarda il concerto, non credo di poter dire molto nel senso che il live raccontato è molto diverso da quello vissuto e le parole non possono restituire le emozioni provate dal pubblico per tutto lo spettacolo: forse l’unico racconto del concerto può consistere nel ricordare che abbiamo assistito a tre bis, con l’ultimo concesso da Testa da solo, che ha ricordato a tutti come quello fosse proprio l’ultimo, visto anche che il giorno dopo era in concerto a Pesaro. D. - Iniziamo subito con una grande curiosità: tu scrivi prima la musica o i testi? R. - Non ho regole; in genere scrivo insieme perché nelle parole mi sembra esista già una melodia a volte e quando la sento cerco di seguirla. D. - Tempo fa (intervista del 16 gennaio 2003) mi avevi detto che non scrivevi tu gli archi o i fiati. Ora hai iniziato a scriverli tu o no? R. - No. Diciamo che io purtroppo arrivo e fischio le melodie però mi immagino anche il suono quindi può essere che sia un violoncello o un clarino. E poi ho talmente dei bravi musicisti che mi aiutano in questo. D. - Ho sempre pensato che, se esiste una differenza fra cantanti e cantautori, questa si dovrebbe trovare nei testi delle canzoni allegati al CD, in cui mi immagino di trovare non delle spiegazioni dei testi stessi ma, magari, qualche annotazione relativa al momento in cui hai composto la canzone, a che cosa ti ha portata a scrivere quella canzone e non altre, insomma cose del genere. R. - Me l’hanno chiesto altri questo e nei concerti cerco un po’ di farlo, cioè di raccontare e far entrare la gente nel mondo che sarà poi quello della canzone. Devo dire che non credo esista una grande differenza fra cantautori e cantanti, nel senso che a me è capitato e mi capita di collaborare con altri musicisti prestando la mia voce, cioè l’unico strumento che valga qualcosa perché sono un chitarrista medio, e quindi penso che noi cantautori dovremmo metterci più al servizio degli altri, cantare cose di altri e penso che lo farò proprio e canterò anche canzoni di altri. D. - Come nell’ultimo album la canzone di Mesolella (ci si riferisce alla canzone “’na stella” presente nell’ultimo album)? R. - Si, oppure queste canzoni popolari… D. - Anche se si sente troppo l’accento del Nord quando la canti, per esempio tu dici stella e non sctella… R. - No, questo proprio no. Me l’ha proprio detto lui, bisogna dire “stella” e non “sctella”. Sarà forse perché lui è di Caserta. Comunque alla fine mi ha detto che non mi ha promosso come lingua napoletana, mi ha soltanto assolto. D. - Relativamente ai ritmi usati nell’ultimo disco, mi sembra che ci sia sempre più una variazione degli stessi, e anche di temi. R. - Il punto è che nella musica ci sono tanti colori possibili e, siccome io immagino sempre una canzone come una sorta di piccolo film, allora mi immagino anche un ambiente sonoro per questo film e approfitto dei colori che in una musica ci sono, non essendo uno specialista di nulla, né di habanera, tango, jazz o altro. Però mi sento di potermi permettere di usare questi colori. D. - Tanto che anche stasera siamo passati da canzoni a solo chitarra, ad altre con banda al completo per tornare ad alcune in versione solo con violoncello a dimostrazione di questa varietà… R. - Questa sera c’erano dei grandissimi jazzisti e uno dei più grandi interpreti di Bach che ci siano nel mondo (Si riferisce a Mario Brunello, che ha suonato anche in “Altre latitudini”) D. - Infatti sembrava di trovarsi ad un concerto di Yo Yo Ma… R. - Per fortuna gente come Mario è così intelligente ed aperta da rendersi disponibile anche a musiche che non siano le loro. D. - Questo significa che il pendolo ha cambiato direzione e che tu, dopo essere stato molto essenziale nel penultimo disco (“Il valzer di un giorno”) ti sei nuovamente aperto ad una strumentazione più ampia in “Altre latitudini”. Cosa ne pensi? D. - Si, è un pendolo, è vero. Per il disco precedente avevo voglia di asciugare tutto mentre in questo avevo voglia di altre sonorità. Magari un giorno farò un disco da solo Ultima domanda: premesso che io penso di si, tu credi che si senta molto nelle tue canzoni il fatto che sono scritte da una persona di provincia? R. - Credo di si. Credo che sia imprescindibile, se uno canta la sua verità, per quanto piccola sia, che si sentano i posti in cui vive e in cui è cresciuto, insomma il suo vissuto, ed io sono un uomo di provincia. D. - E la tua canzone “Gli amanti di Roma” sembra proprio uno sguardo di un esterno, che osserva la città… R. - Si, sono d’accordo con te, lo sguardo di uno che viene da fuori. D. - Stasera il pubblico era abbastanza numeroso e siccome una volta ci avevi detto che all’estero avevi più seguito rispetto all’Italia vorrei sapere se anche ora è così? R. - No, ora la situazione si è equilibrata. Mi sembra che il passaparola cominci a funzionare a questo è un buon segno perché vuol dire che non tutto è nelle mani di certi media… D. - …tenendo presente che non andrai a Sanremo (risata)… R. - No (risata) credo di no. Non credo sia interessante. Del resto mi sembra quasi che Sanremo sia un altro mestiere, c’è chi lo fa bene ma certamente non è il mio mestiere.
Articolo del
11/02/2004 -
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