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Clamoroso ritrovare Mike Scott dal vivo dopo vent'anni praticamente immutato: irritabile e geniale, spocchioso e puntuale, schietto e con una presenza scenica che pochi possono vantare nel circus della musica rock contemporanea. La serata che segna il ritorno dei Waterboys a Roma dopo oltre vent'anni, ventitrè per la precisione, è segnata da un primo paradosso significativo. In una delle tre sale di cui è composto l'Auditorium della Musica progettato da Renzo Piano, si esibisce, in contemporanea a Mike Scott, il ben più noto Marco Masini reduce dal trionfo di San Remo. Ecco perché, avvicinandomi ai parcheggi dello Stadio Flaminio di Roma, trovo un insolito e sostanzioso movimento di gente e di macchine: possibile che siano tutti qui per i Waterboys? Eppure, la sala che segna la riapparizione del gruppo inglese, ancora oggetto di culto per alcuni mai sopiti fan italiani, è piena di un pubblico un po’ a sorpresa, molti teen agers, non è che hanno sbagliato sala e si aspettano che qui si celebri il rito di "perché lo fai"? A risolvere l'equivoco ci pensa Mike Scott che entra deciso al centro del palco per disintegrare ogni possibile dubbio. Non contano gli anni e per alcuni eletti musicisti il tempo non passa mai. Il carisma di Scott è tutto nell'identificazione con la sua musica che, ancora una volta, si trasforma tra le volte di un Auditorium che plasma ogni artista che ho avuto il piacere di ascoltare in vesti del tutto rinnovate subito dopo aver calcato il palco di questo luogo ad alto rischio per chi non ha pieno possesso della musica. E anche grazie a due grandi musicisti, Steve Wickham al violino mandolino e banjo, e Richard Naiff al piano, Mike Scott è riuscito a superare le insidie dell'unplugged, le sabbie mobili del set acustico che minacciano sempre l'effetto ripetitività. Scorrono alternandosi vecchi cavalli di battaglia del repertorio dei Waterboys e nuovi brani tratti da quell' “Universal Hall”, che segna la rinascita del marchio di un gruppo per molti scomparso nel tempo. Scott, invece, si dimostra padrone della scena, dedica "Wonderful Disguise" a Roberto Baggio (Dio del calcio in decadenza) e sguinzaglia i suoi roadies per stanare uno per uno chi del pubblico ha azzardato di riprendere il concerto con una digitale. La progressione finale è micidiale: "Don't Bang The Drum", "The Whole Of The Moon", "Fisherman's Blues", il tutto condito con due citazioni sacre ("Yellow Submarine" e "Blackbird"). La perforrmance si chiude con una standing ovation che sa molto di San Remo ultima serata (saranno forse gli orfani di Marco?)------------Mi rimane nella testa il commento del mio compagno di avventura in questa serata da Ritorno al Futuro: "Fabrizio, un concerto massiccio…….."
Articolo del
24/03/2004 -
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