|
Lezioni di country-music l'altra sera all’Auditorium per un pubblico capitolino per la verità poco consistente e oltremodo statico, se si eccettua un ridotto contingente di yankees positivamente caciaroni ed entusiasti. In fondo si sa, se si tralascia il breve periodo di fama di cui ha goduto John Denver e le sue "Country Roads", il country qui da noi non ha mai riscosso un gran seguito. Inoltre la Cantrell e la sua band - come da loro stessi ammesso - sono molto più usi a suonare in bar e locali fumosi che non nell'algida atmosfera di un Auditorium concepito per la classica. ---------------Laura e i suoi (tecnicamente eccellenti) accompagnatori - ovvero Jon Graboff (pedal steel guitar e mandolino), Mark Spencer (chitarra) e Jeremy Chatzki (basso elettrico) - si presentano, con buona puntualità, cinque minuti dopo le 9 previste. Lei è esattamente come ce l'attendevamo, sembra uscita l'altro ieri da Vassar, elegante nel suo abitino blu e dai modi graziosi. Ha una voce che ricorda vagamente quella di Dolly Parton, lo stile però si sgancia a tratti dalla "purezza" del country classico, per indirizzarsi talvolta verso accenti più pop alla Shania Twain, o, ancor meglio, a melodie reminiscenti di Beatles e Byrds, irrorate da un pizzico di sensibilità "alternative". La Laura Cantrell Band attinge a piene mani dai due album finora pubblicati: magnifica e travolgente "Churches Off the Interstate" (Laura ci tiene a ricordare che proviene dalla cosiddetta Bible Belt, ossia da Nashville Tennessee, anche se attualmente risiede a New York City), struggente "The Whiskey Makes You Sweeter", composta per lei da Amy Allison, figlia del grande jazz singer Mose (per i fans dei Who, quello di "Young Man Blues"), robustamente melodica - e beatlesiana - "Not the Tremblin' Kind", title-track del primo album. Gli yankees in platea la incitano, vorrebbero "more loud!", più pezzi ritmati, ma Laura va avanti con il suo personale libro di testo, con la delicata - e per la verità anche trita, dal punto di vista della lirica - love-song "Two Seconds" e con la canzone di protesta "Conqueror's Song". Non mancano la sognante "Early Years", scritta da Laura stessa, e la title-track dell'ultimo album "When the Roses Bloom Again", con melodia donata dagli alt-country Wilco (e si sente). La lezione di Laura comprende anche degli excursus storici, con dei ricordi di due interpreti del country al femminile poco note ai più, la Bonnie Owens (già moglie di Merle Haggard) di "Queen Of The Coast" e Molly O'Day, quest'ultima celebrata nell'intensa ballata "Mountain Fern". I 4 della band sono tutti dei professionisti veterani, ma si percepisce ugualmente in loro una certa emozione (che porta Mark Spencer a steccare un attacco): in parte perchè, come dichiara la Cantrell, per loro è la prima volta a Roma, e in parte perchè positivamente sorpresi dall'acustica della Sinopoli, che, a loro dire, è quasi meglio di quella del Grand Ole Opry. -------- Finisce dopo un (solo) bis, la gradevole lezioncina di country/pop dell'ambiziosa emergente signorina Cantrell, dopo un'ora e mezza in cui non ha mai perso il suo aplomb da maestrina, il che ci fa venire la curiosità: non è che sul piano didattico Laura Cantrell rende meglio quando si scatena in uno di quei fumosi saloon di Nashville di cui si favoleggia? Forse avevano ragione gli statunitensi presenti stasera: More Loud, Laura, next time.
Articolo del
05/04/2004 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|