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Saremo non più di 200 assiepati di fronte al palco a goderci i Lambchop dal vivo in questa loro prima (in assoluto) apparizione romana, ma Kurt Wagner, capobanda del collettivo di Nashville, può star certo che senza eccezioni ciascuno dei presenti stasera pende dalle sue labbra, dalle corde delle sua chitarra, dalla sua poesia. Insomma, non ci sono “casuali” tra noi, stasera, ed è giusto che sia così, perché Wagner è uno che pretende (ed ottiene) la più totale dedizione. E lui si presenta, quasi puntuale, alle 21 e 40, davanti al pubblico dell’Horus, esattamente come ce lo aspettavamo: occhialoni alla Buddy Holly, cappelletto da “country-man” recante l’effigie di un equino e la scritta “Co-op Horse Feeds” (che sta per “cooperativa mangime per cavalli”), una muscolatura possente lasciatagli in dote dal suo precedente impiego come rude pavimentatore di appartamenti, e l’immancabile chitarrona in grembo. E’ seduto, come di prammatica, ed è circondato dai suoi 7 fidati colleghi/amici nei Lambchop, tra cui spiccano il mezzosangue di origine pellerossa Tony Crow al piano, il giovane chitarrista di indole rockettara William Tyler e la chitarrista – e, quando ce n’è bisogno, saxofonista - Deanna Aragona. ---------- I Lambchop danno il “la” al set con una soffusa versione di “My Blue Wave”, e rendono subito chiaro che si tratterà di un’esibizione imperniata molto più sulle atmosfere intimiste e jazzate del penultimo album “Is A Woman” e, in parte, dell’ultimo doppio “Aw Cmon/No You Cmon”, che non sul brioso country-soul di “Nixon”, il disco che li lanciò nel 2000. Scelta, peraltro, obbligata, ed essenzialmente dovuta alla formazione ridotta che è stato possibile far pervenire a Roma quest’oggi: 8 elementi invece dei consueti 14, e assenza di fiati a parte l’estemporaneo sax della Aragona. E comunque, per quanto amiamo “Nixon”, va benissimo anche così. Dopo un inizio morbido e misurato, l’atmosfera inizia a riscaldarsi con il quarto brano “Low Ambition” da “No You Cmon”, la cui esecuzione rende l’idea di quanta tensione sia presente in queste canzoni dei Lambchop, soffici in superficie ma durissime se solo si va a scavare un pò. E infatti: “you think this is fun?”, canta Wagner contorcendosi in una smorfia di dolore che vuole (forse) esprimere la fatica e l’impegno certosino profuso nella creazione – ed ora, nell’esecuzione – di una musica talvolta troppo intensa per essere sopportata senza che nulla trapeli. “Low Ambition” è meravigliosa, naturalmente, come lo sono anche “Caterpillar” e “Nothing But A Blur From A Bullet Train”, magistrali esempi di country jazzato prodotti in una Nashville alternativa in tutto e per tutto rispetto al “mainstream” da classifica. In quanto alla band, i Lambchop sono un modello di band a conduzione familiare, con un capo conclamato – il “geniaccio Wagner” – e sette talentuosi gregari che sembrano assaporare con gioia ciascun istante di questa grande avventura in guisa di “tour mondiale”. “Roma, la nostra città preferita”, dicono Wagner e Crow all’unisono, e forse per una volta non è solo piaggeria, anche perché gira voce che Wagner abbia scelto la Capitale per concedersi un piccolo break turistico dalle fatiche della tournèe. ------- Non può mancare “The Man Who Loved Beer”, tratta dall’album del ’96 “How I Quit Smoking”, e recentemente balzata agli onori delle cronache per via della cover che David Byrne ha voluto inserire sul suo recentissimo “Grown Backwards”. Il pubblico apprezza moltissimo, e alla fine è ovazione. C’è il fantastico strumentale di apertura di “No You Cmon”, “Sunrise”, durante il quale Tyler può finalmente schitarrare con veemenza, per quanto gli è concesso schitarrare con i Lambchop. C’è “I Hate Candy”, in cui Wagner chiede con insistenza “where’s my little trouble girl?”, arriva la nostra personale preferita “D. Parsley Scott”, sempre da “Is A Woman”, arriva anche, nel corso di un break, una barzelletta alquanto scurrile dell’estroverso Tony Crow, la cui intesa con Wagner, sia sul palco che fuori, è totale. Il set si chiude con una poderosa “Steve McQueen” da “Aw Cmon”, indubbiamente uno dei vertici del più moderno songwriting alt-country. E speriamo che Niccolò Fabi, presente tra le prime file, abbia preso nota, chissà che non possa servirgli più in là. --------------Non può finire qui. E infatti, dopo pochi minuti di “we want more” da parte della sparuta folla adorante, i Lambchop tornano sul palco. Wagner annuncia che eseguirà la romantica “Theone”, tratta dal vecchio “How I Quit Smoking”, dedicata alla moglie che “casualmente è qui stasera”; poi però, dice, “we’re gonna get ugly”. Se “Theone” è particolarmente intensa, anche rispetto alla versione su disco – quante volte vi potrà capitare di ascoltare una canzone d’amore, presente la persona che l’ha ispirata? Pensate ascoltare “Layla” da Clapton con Patty Boyd presente in sala… - l’”abbruttimento” promessoci da Wagner ci travolge (anche perché quanto arriva proprio non ce lo aspettavamo): “(Get A) Grip (On Yourself)” degli Stranglers in una versione sganghero-punk, non distante nello stile dalla “Nothing Adventurous Please” sull’ultimo album dei Lambchop, con Kurt che si trasfigura per un attimo nel rocker d’assalto che doveva essere nei primi anni ’80 - quando 20enne a Nashville si esibiva con un gruppo di perdenti chiamati Poster Child - quando intona le immortali liriche di Hugh Cornwell “the worst crime that I ever did was play in rock and roll”. ------------ Finisce in gloria, con Wagner, improbabile star di culto, a firmare autografi ai piedi del palco, e noi a domandarci se tanta perfezione e tanto equilibrio li rivedremo più, o se invece i Lambchop non si sfilacceranno, come tante altre bands che giunte al loro vertice (artistico) si sono irrimediabilmente sfaldate. L’istinto ci dice infatti che Kurt Wagner e Tony Crow finiranno ad Hollywood a comporre colonne sonore in cambio di milioni (dato che, come dicono gli Stranglers, “the money’s still good”), e che il giovane Tyler presto si smarcherà e darà vita a quella band di heavy-rock che pare nelle sue corde e nelle sue ambizioni. Godiamoceli quindi, i Lambchop, finchè sono fra noi: perfetti, equilibrati, intensi, quasi persone di famiglia. E assolutamente unici.
Articolo del
30/04/2004 -
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