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Bill Evans avrebbe senz’altro meritato uno spazio maggiore, quantomeno un approfondimento, ma ci limitiamo in questa sede a segnalare due eventi che, per quanti conoscono la sua musica, rappresentano senz’altro delle occasioni uniche per accostarsi al suo genio e coglierne gli aspetti più significativi. Il primo è la riedizione, completamente rimasterizzata, di “You Must Believe in Spring” non a torto ritenuto il testamento spirituale di Bill Evans, tanto più commovente e ricco di significato in quanto documentazione di uno stato d’animo, di una condizione di disagio e sofferenza, per un musicista in quegli anni devastato dai drammi personali e dalla dipendenza da eroina. Il doloroso ricordo dei suicidi della compagna Ellaine (cui è dedicato il brano “B Minor Waltz”) e del fratello Harry (“We Will Meet Again”) è ulteriormente suggellato dalla vibrante e malinconica versione per solo piano di “Suicide Painless”, bellissima canzone tratta dalla colonna sonora del film di Altman “M.A.S.H.”. Il disco fu registrato nell’agosto del 1977. Vi si possono cogliere momenti di rara bellezza, in cui Evans sembra ritrovare a tratti un precario equilibrio, una fragile quiete prima della morte, che lo coglierà nel 1980. E’ anche l’ultimo appuntamento con Eddie Gomez (contrabbasso) ed Eliot Zigmund (batteria), suoi intimi collaboratori. D’altronde il trio, in particolare quello leggendario con Scott LaFaro e Paul Motian, è stato a lungo il tipo di formazione congeniale alla sua arte pianistica, limpida e suadente. Ma lo sono stati anche i quintetti e le numerose collaborazioni con musicisti come Charlie Mingus, Stan Getz, Gorge Russel, Philly Joe Jones, Jack DeJohnette e altri ancora, per non parlare di Miles Davis, al cui fianco Bill Evans, con John Coltrane e Cannonball Adderley, registrò nel 1958 il mitico “Kind of Blue”, uno degli album cardine della storia del jazz. “You Must Believe in Spring” sprigiona un fascino unico ed irripetibile. V’è non soltanto una perfetta intesa strumentale ed emotiva fra i musicisti, che suonano in totale accordo, parità e rispetto reciproco, ma l’improvvisazione è simultanea, concomitante intorno alla figura del pianista, le cui intonazioni e richieste vengono continuamente soddisfatte. L’assunto di Bill Evans secondo cui “la musica non va soltanto creata, ma vissuta” pare in questo caso essere molto di più di una semplice enunciazione di programma. Nonostante Evans abbia collaborato, durante il corso della sua carriera, anche con un musicista d’avanguardia come Gorge Russel, nondimeno egli ha sempre ricercato la purezza del suono, l’armonia della struttura e l’equilibrio degli accordi, nell’ambito della nobile tradizione del jazz. Musica modernissima, la sua, eppure melodica, impalpabile, mai atonale. Apparentemente imprevedibile e discontinuo, in realtà concentrato sulla tessitura di un filo sottile, di una concatenazione di note in magica ed armonica successione, pervase da una sensibilità non comune, che sfocia nel lirismo e nell’emozione. Bisogna d’altronde esser dotati di una grande apertura d’animo per cogliere appieno il valore delle rivelazioni musicali contenute nell’album, che Bill Evans sembra profonderci ad ampie mani come testimonianza di un modo di fare jazz e di intendere la musica. Il secondo evento, che qui segnaliamo, si colloca non a caso proprio in quest’ottica di “testimonianza” ed è associato alla pubblicazione del libro di Enrico Pieranunzi “Bill Evans: ritratto d'artista con pianoforte”. Pieranunzi, come sappiamo, è uno dei più validi musicisti nostrani, ma ciò che più conta, ha seguito da vicino il grande pianista, affiancandolo in molteplici occasioni e progetti. Si tratta pertanto di un libro scritto da un “addetto ai lavori”, da un confidente senz’altro privilegiato, a conoscenza degli aspetti più significativi della musica e della vita di Bill Evans, il cui contributo assume pertanto un valore inestimabile. Il libro è non soltanto una preziosa fonte di informazioni sul pianista americano, ma è dotato di un fascino e di un interesse che vanno ben al di là della semplice ricostruzione biografica, in quanto si avverte fra le righe, la forte personalità dell’autore: un affascinante resoconto sul jazz, una sorta di testimonianza sotto “diversa angolatura”. La storia del jazz è in fin dei conti anche storia di coloro che in prima persona lo hanno vissuto e Bill Evans ha influenzato generazioni di artisti, ci ha lasciato pagine indimenticabili di buona musica e uno “stile” che ancora oggi non smette di esercitare il suo fascino, incantando milioni di ascoltatori in tutto il mondo.
Articolo del
07/05/2004 -
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