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Sono diventati popolarissimi in breve tempo anche qui da noi: due pezzi azzeccati come “It’s My Life” e “Such A Shame” sono stati la loro chiave di volta, essendo stati tra i più ascoltati dell’estate ‘84. Ma probabilmente la chiave vera e propria del loro successo è stato il particolarissimo video concepito per “Such A Shame”. Un video che, in fondo, dev’essere costato pochissimo, ma che ha contribuito a rendere familiare lo spassoso faccione di Mark Hollis, un tipo solo apparentemente timido, ma che è in realtà contemporaneamente immagine e mente dei Talk Talk. La band in questione ha una storia poco lineare, essendo assurta alla fama nel Paese natio per…aver iniziato a fare da supporto ai Duran Duran verso la fine del 1981: ed è stato un po’ difficile scrollarsi di dosso quell’accostamento, che, anche a causa del doppio nome, sembrava lanciarli come doppioni dei già noti DD. Nel 1982 avveniva il lancio definitivo: prima il singolo-inno “Talk Talk”, che è ancora uno ei pezzi forti dei loro concerti, e poi la pubblicazione di “Today”, schiudevano a Hollis e alla sua band le porte di Topo Of The Pops e dell’alta classifica inglese, insieme al loro primo album “The Party’s Over” per l’etichetta EMI. Ma, a parte il momentaneo successo, si manifestò anche per i Talk Talk il colossale problema di gruppi di valore quali Squeeze e XTC: la mancanza di una particolare immagine che potesse lasciare il segno. La conseguente pubblicazione del pur ottimo singolo “My Foolish Friend” fu quindi un buco nell’acqua, e molti un anno fa li diedero per finiti. Ma il nuovo album “It’s My Life” li ha portati di nuovo in auge e, soprattuto, li ha imposti all’attenzione delle masse qui in Italia; da poco i Talk Talk hanno concluso il loro secondo tour italiano dell’anno e, ciò che conta, con il “sold out” in quasi tutte le sale da concerto che li hanno ospitati. Alla fine dell tournèe ho incontrato un Mark Hollis particolarmente allegro e soddisfatto per porgli alcune domande. - Come mai avete fatto un’altra serie di concerti da noi a così poca distanza di tempo (tre o quattro mesi) dal vostro primo tour italiano? - Bè, vedi, stavamo organizzandoci le date per un tour europeo che includeva Olanda, Austria e Germania, ma poi abbiamo saputo che “Such A Shame” stava andando molto forte in Italia e che c’era una grande richiesta per noi, così abbiamo deciso di iniziare a suonare proprio da voi. Mi piace molto fare concerti in Italia, c’è sempre molta partecipazione da parte del pubblico; stasera mi sembrava addirittura di stare in Inghilterra, tanto la gente conosceva le parole delle nostre canzoni. - Ma come mai ci avete messo tanto ad uscire con il secondo LP “It’s My Life?” - Il motivo è semplicemente che abbiamo raccolto tuto il materiale cercando di essere sicuri che ci fosse uno sviluppo significativo dal primo album. Non ci interessa essere sempre davanti gli occhi del pubblico, perché ciò che è veramente importante per noi è fare le cose nel modo giusto; e, comunque, siamo molto contenti di questo album. Il bassista Paul Webb conferma che i Talk Talk sono una band a cui interessa più la musica che l’immagine. - Non siamo mai andati a braccetto con il business di apparire sulle copertine delle riviste, vedi: prima ti proponi come immagine, e passi le ore a spiegare come ottieni un certo taglio di capelli, e poi, se capita, parli anche di musica. Non mi piace: noi pensiamlo che finchè la nostra musica sarà buona, ogni altra cosa deve venire dopo. - Parlando di musica, avete particolari influenze? - Sì certo – risponde Mark Hollis – ma traiamo le nostre influenze dai più differenti tipi di musica, mai da una cosa sola. Come, per esempio, su “Tomorrow’s Started”, l’introduzione può ricordare Erik Satie, il verso è forse più vicino a Pharoah Saunders, e poi c’è quella ritmica alla Marvin Gaye che entra dopo. E tutto questo è forse un riflesso del fatto che durante la mia vita sono passato per un grande numero di tipi di musica differenti, dai Pink Floyd, King Crimson, John Lee Hooker, the Standells, e qualsiasi cosa da Shostakovich a Prokofiev. - Una lista abbastanza colta, non c’è dubbio. Ma come si trovano i Talk Talk, partendo da queste basi, in mezzo al poppetto di scarso impegno di questi anni? - Bè, penso che siamo un po’ controcorrente, ma noi non ci siamo mai sentiti realmente parte di un movimento distinto. Il primo album era probabilmente molto vicino al post-punk new wave, e noi eravamo anche propensi ad ottenere quel feeling di energia; ma per quanto mi riguarda, tutto ciò è stato portato troppo in là da gente che non lavora più dentro la struttura di canzoni. Quello che abbiamo fatto sul nuovo album è non usare gli accordi per bloccare le cose, ma dare invece più spazio di sviluppo a tutto. E spero che il prossimo album sarà ancora diverso. - Com’è andato “It’s My Life” in Inghilterra? - Non è andato benissimo, è uscito abbastanza presto dalle classifiche; ad ogni modo gli inglesi sono troppo fanatici delle novità a tutti i costi per poter apprezzare appieno una band come la nostra. E poi c’è un altro discorso da fare: non siamo una di quelle bands immediatamente riconoscibili come accendi la televisione, e nemmeno ci interessa trovare qualche idiozia che ci caratterizzi. Se ci accettano, bene. In caso contrario, a noi basta fare bene quello che facciamo. - Ricordo che ai tempi di “Today” apparivate a Top Of The pops vestiti in tiro e incravattati… - Sì, ma era due anni fa, e in fondo non facevamo null di nuovo. Oggi, comunque, non lo farei più: prefersisco mostrarmi così come sono e come mi vesto abitualmente. - Lo sai che il tuo look attuale ricorda vagamente John Lennon? A questo punto Mark Hollis scoppia a ridere e l’intervista prosegue nel tono più demenziale possibile, con Mark che si vendica trovandomi le più strane e improbabili somiglianze con attori di telefilm inglesi mai visti e conosciuti. Con i Talk Talk, comunque, l’appuntamento è per la loro terza tournèe italiana, presumibilmente per la prossima primavera. Non mancate!
Articolo del
09/03/2002 -
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