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Degli Art Ensemble of Chicago si è già ampiamente detto in una precedente monografia, tuttavia dal vivo essi superano ogni aspettativa e riescono a regalarci momenti d’autentica magia sonora, che catturano l’immaginazione dell’ascoltatore introducendolo a poco a poco in una sorta di caos organizzato, ai limiti della non musica, della provocazione e del divertimento. Lo spettacolo è garantito e riesce a sedurre il neofita non meno che l’adepto, attraverso un abile quanto spregiudicato gioco di espedienti ed intuizioni musicali che spaziano dal jazz all’atonalità e che, attraverso l’arte della performance e dell’improvvisazione collettiva, liberano la creatività fino alle sue estreme conseguenze: la musica diventa gesto, catarsi, evento. Introspezione e comunicazione, meditazione e svago si fondono in un amalgama unico ed irripetibile. Il concerto è iniziato in sordina: un cenno di saluto, qualche attimo di raccoglimento, due o tre note buttate lì per caso; il basso, le percussioni, i fiati, ognuno sembrava andare per proprio conto, in direzioni opposte ed apparentemente scombinate tra loro, in totale libertà, eppure si percepivano di tanto in tanto i legami nascosti, i fili sottili che tenevano uniti gli strumenti, come per incanto: e a poco a poco gli strumenti cominciavano ad accordarsi, come galleggiando nell’aria, su di un’idea embrionale. Fasci di note in libertà, abbozzi melodici e canovacci ritmici davano vita alla straordinaria performance dell’Ensemble. Il contrabbasso di Jaribu Shahid scuoteva la scena col suo andamento profondo e cavernoso, il timbro grave, denso, vibrante che ora dilatava, ora restringeva lo spazio sonoro. Don Moye lo incalzava alle percussioni ed alla batteria. Un andirivieni di ritmi frenetici, di vortici, di onde che accompagnavano i vari strumenti cavalcandone gli slanci incontrollati, le improvvisazioni ludiche, i dialoghi eccentrici. Ora tutto sembra ritrovare un senso, una logicità arcana. Poi all’improvviso l’a solo di batteria: un turbinio di ritmi simultanei, mantenuti con precisione cronometrica e sconcertante disinvoltura. Impeccabile la tromba di Corey Wilkes, che rende pienamente omaggio allo scomparso Lester Bowie (a tratti ricorda i fraseggi rapidi e stridenti di Don Cherry) e come sempre essenziale ed insostituibile Joseph Jarman, uno dei grandi sopravvissuti del nucleo originale dell’Ensemble. Divertente e creativo Baba Sissoko, che più di ogni altro conferisce una dimensione (ed un gusto) di carattere etnico alla musica. Una musica che è nata attraverso le lotte per i diritti civili nell’America degli anni ’60, che ha rivendicato la libertà di espressione dell’arte e che proprio per questo si è fregiata del titolo di “Great Black Music”. Ma il vero momento magico della serata arriva quando Roscoe Mitchell si esibisce in un lungo e sofferto monologo al sassofono. Uno stile straordinario ed ineguagliabile, non rapportabile a nessun altro. Un magma sonoro, forse. Un latrato stridente, a volte. Certamente un fraseggio fitto ed impenetrabile. Un modo di estrarre le note dallo strumento sconvolgendole, come se le dita stessero plasmando il sassofono, come se la voce ne uscisse liquefatta, fusa, incandescente. Uno dei più grandi sassofonisti viventi, indubbiamente. Così la performance è continuata sino a tarda serata. Gli Art Ensemble of Chicago si sono prodotti in uno spettacolo entusiasmante, un carosello di invenzioni sonore, e persino quando la musica sembrava uscire dal disordine creativo, persino laddove sembrava prender forma e consistenza in un qualsivoglia progetto musicale, un qualsivoglia ritmo, una qualsivoglia melodia, l’intento era dichiaratamente dissacrante. Ironia brillante e raffinata nonché profonda cultura musicale, aperta ad ogni esperienza. Già, che bravi questi Art Ensemble of Chicago! non potevano rendere un tributo migliore agli scomparsi Malachi Favors e Lester Bowie!
Articolo del
21/05/2004 -
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