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Dopo quasi tre anni di assenza (ottobre 2001 con l’Anoraknophobia Tour) i Marillion sono tornati a suonare a Roma, al Centrale del Foro Italico. Un pubblico di affezionati era la dimostrazione da una parte della relativa eclisse di uno dei gruppi storici del progressive rock, dall’altra della (r)esistenza di uno zoccolo duro di estimatori che alcune imprese non eccellenti non sono bastate a disperdere. Hogarth e i suoi – nessuna sorpresa, i Marillion sono una delle formazioni più stabili nel panorama caotico della musica contemporanea – sono comparsi verso le 21,30, dopo la performance non proprio impressionante degli special guest Gazpacho, dalla Norvegia, e hanno attaccato senza complimenti l’ultima realizzazione, "Marbles", album doppio da cui hanno tratto l’intera prima parte del set. Scelta coraggiosa, ma inizio un po’ sfasato, con uno Steve Hogarth in fase di riscaldamento, un Pete Trewavas, al basso, che a tratti sembrava appartenere a un altro palco e uno Steve Rothery, chitarra eccellente ma presenza scenica catastrofica, che si riscuoteva a tratti per qualche limpido inciso. Particolarmente intense "Angelina", con la rapida comparsa degli immancabili accendini, e le brevi fulminazioni delle diverse "Marbles", le bilie di quando si era piccoli e meno tecnologici. Esaurita la presentazione delle ultime fatiche, dopo una brevissima pausa, i Marillion hanno proposto una carrellata di vecchie glorie: l’atmosfera si era riscaldata, tutti sembravano aver ormai presente dove fossero e cosa stessero facendo e il concerto è proseguito fino alla mezzanotte in un crescendo di efficacia culminato con "The Uninvited Guest", "Cover My Eyes" e infine, su pressante richiesta di un pubblico che non aveva nessuna intenzione di levare le tende, "Easter", con una splendida prova vocale di Hogarth e un grande assolo di Rothery.
Articolo del
18/06/2004 -
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