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Ascoltare un concerto dei Kronos Quartet significa esporsi anima e corpo a quanto di più innovativo e sperimentale possa offrire la scena musicale odierna. Il quartetto statunitense sorto trenta anni fa a New York, ma trasferitosi stabilmente da tempo a San Francisco, risulta attualmente composto da David Harrington, il fondatore del gruppo, al violino, da John Sherba, al secondo violino, da Hank Dutt, alla viola e da Jennifer Culp, al violoncello. La caratteristica fondamentale del repertorio dei Kronos è quella di mescolare sapientemente musica contemporanea e brani di musica moderna, di rivisitare il rock, il jazz e l’elettronica andando a cogliere il nocciolo duro di ogni melodia per poi riproporlo nella sua scarna drammatica unicità. L’ambientazione è quella di un concerto di musica da camera, la preparazione dei singoli musicisti è di stampo classico, ma gli echi dell’avanguardia e della ricerca di nuove prospettive è in ogni nota. Le rivisitazioni personalizzate anche questa sera suggerite dai Kronos Quartet spaziano dallo “String Quartet Number 4” di Peteris Vasks alla “Lyric Suite” di Alban Berg , da “The Gorey End” (che l’anno scorso ha ricevuto una “nominantion” ai Grammy come brano migliore di “crossover” di musica classica) al jazz di Charlie Mingus con la riproposta di “Children Out Of A Dream”, il tutto senza voli pindarici apparenti , guidati da un comune sentire e da un senso dell’unicità del materiale a loro disposizione che desta sorpresa, che solleva curiosità, attenzione e fascino. E’ bello chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalle tante, molteplici evocazioni dei Kronos Quartet che raccontano in musica incontri di amore, il senso di perdita dell’abbandono, la sublimazione e la rabbia, che ricordano a tutti il valore delle cose che comportano amore e lo spessore di quelle di cui abbiamo paura. E’una musica libera, ampia, senza confini, che ti permette di viaggiare, che qualche volta ti porta in luoghi dove non saresti mai voluto andare e che in altri momenti invece ti rilassa, e ti fa sentire davvero a casa. E’ questo il caso di “One Earth, One People, One Love” di Terry Riley, una composizione dalla struttura armonica ricercata, ma godibile, introdotta dalla voce di Neil Armstrong, l’astronauta. Particolare da non sottovalutare il fatto che dal volto dei componenti dei Kronos Quartet traspare ogni cosa: il loro grande amore per la musica, un senso di decenza, la loro modestia, professionalità e spessore etico. No, non è un concerto come tanti, in questo luogo la musica ragiona con il cuore, definisce quelli che sono i sentimenti, non rimane fredda e distante. A questo proposito merita di essere ricordata “Holy Ground”, una composizione dalle tonalità inquietanti e profonde, in origine “Camposanto”, scritta appositamente per i Kronos dal compositore messicano Fernando Sanchez. Acclamati da un pubblico di certo poco numeroso ma consapevole e attento, i Kronos Quartet tornano in scena per rieseguire un pezzo degli Sigur Ròs, il noto gruppo islandese di musica elettronica. L’emozione è a dir poco struggente, con quelle note disegnate dagli archi che si trasformano in un suono denso e compatto che si diffonde in sala, arriva su in alto per poi ricadere sui presenti sotto forma liquida, quasi come se la pareti stesse della sala, piacevolmente impregnate, ne trasudassero la musica. Il concerto si chiude, a sorpresa, con una citazione dai primi anni settanta racchiusa nella carica ribelle di “Star Spangled Banner” l’inno nazionale americano, nella versione riveduta e corretta di Jimi Hendrix, allora un’esplosione di note contro la guerra in Vietnam e contro il potere, adesso un folle stridore di archi, stridente ed straniato contro l’amministrazione Bush, contro la guerra in Iraq.
Articolo del
30/06/2004 -
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