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James Taylor si affaccia applauditissimo sul palco della suggestiva cavea all’aperto dell’Auditorium poco dopo le 21. Si avvia, quasi timidamente, verso la sua immancabile Martin. Poi dopo aver salutato il pubblico attacca: “Don’t let me be lonely tonight”. Ed è proprio come te lo aspetti, James Taylor dal vivo: asciutto, sobrio, educato, ma anche ironico e auto ironico, vitale e positivo insomma. Sorride sornione, mentre racconta in punta di dita le sue canzoni, che nascono dalle radici blues e folky della sua vecchia america. Si, sembra arrivare da un altro tempo il cantautore James, giunto non senza vicissitudini personali alle 56 primavere. E nella piccola arena, gremita comunque in ogni ordine di posti, si respira un clima quasi surreale, sospeso. Ci sono, ovviamente, pezzi dell’ultimo disco “October Road” del 2002, ma sembra tutto tranne un concerto promozionale. Sono i pezzi storici a scaldare tifosi vecchi e nuovi. Quasi subito arrivano “Sweet baby James” e “Carolina in my mind”, e gli applausi si distribuiscono meritatamente a tutti i musicisti sul palco: le preziose chitarre di Michael Landau, la violinista e corista Andrea Zonn, il pianista Larry Golidngs e la sezione ritmica di Jimmy Johnson al basso e Harvey Mason alla batteria. Tutti straordinariamente precisi, puliti nell’esecuzione. ----------------------- Si percepisce come una serena intimità tra i musicisti che si cercano spesso anche con lo sguardo. James Taylor a tratti “gigioneggia”, quasi a non volersi prendere troppo sul serio, e regala sprazzi di country blues con “Mexico” e “Steam Roller Blues”. Ma quando guarda dritto in faccia il pubblico e sussurra “Something in the way she moves”, con una delicatezza quasi preziosa, è evidente che è la sua voce rotonda e pulita, la cosa più sorprendente. Gli arrangiamenti la sostengono e la valorizzano. Pezzi come “Shower the people” o “Line ‘em up”, semplici, mai banali, sembrano quasi esigere un arrangiamento misurato, una nota in più rischia sempre di far saltare l’equilibrio. Ecco: l’equilibrio. Sembra questo l’obbiettivo ultimo di James, trovare la segreta misura che senza togliere all’espressività, non eccede mai sopra le righe, non sgrava, non si fa pesante eppure è sostenuta da una brillante consistenza. James sa come dosare gli ingredienti con saggezza e mestiere, e il pubblico conosce la ricetta frutto di trent’anni di esperienza. Il cantautore venuto da un altro tempo ha ancora voglia di cantare e snocciola ancora “How sweet it is to loved by you” accompagnata anche dal coro del pubblico, e poi la dolcissima “You’ve got a friend” scritta da Carole King nel 1971. E senza perdere mai il suo invidiabile “aplomb” trova il modo e la maniera migliore per rispondere così all’ennesima richiesta di un pezzo, da parte di un fan. Quest’ultimo chiede nel silenzio della cavea a gran voce uno dei tanti titoli della carriera di Taylor, il quale cerca con lo sguardo il suo esigente fan, poi accenna un sorriso e risponde: “No… But thanks for asking”, grazie della richiesta. Insomma è lui ad ingraziarsi il pubblico. Ancora una volta. Poi la sua voce si fa di nuovo rotonda e la musica avvolge di nuovo tutte le sensazioni.
Articolo del
19/07/2004 -
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