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Non è più il tempo, non è più l’ora, ma c’è ancora chi ti adora. A dispetto delle mode culturali attualmente vigenti torna ad esibirsi dal vivo a Roma, dopo più di dieci anni, Garland Jeffreys, originario di Brooklyn, New York, una leggenda del ryhthm & blues, protagonista di annate di pregio, accanto ad amici quali Lou Reed , Dr John e Bruce Springsteen. Di lui avevamo perso ogni traccia, lo ritroviamo adesso a 61 anni, in compagnia di Alan Freedman, chitarrista di valore, con lui da una vita, pronto ad offrirci un “set” eminentemente acustico, insieme garbato e sofferto, intinto di blues, di soul e di reggae music. Una miscela fortunata che contraddistingue da sempre la sua produzione e che ci ha riproposto anche questa sera con quel calore e quell’intimità che solo l’atmosfera di un piccolo club come il Big Mama può favorire. Sembra di stare a casa di qualcuno quando Garland Jeffreys esce dal suo camerino, si avvia verso il palco e comincia a cantare. “Rough & Ready” è il suo biglietto da visita, subito seguita da due brani storici come “Don’t Call Me Buckwheat” e “Spanish Town”, canzoni sul razzismo e sull’integrazione sociale, problemi mai del tutto risolti negli Stati Uniti d’America. Il crescendo contagioso di “Shout” conferisce ritmo alla serata, il pubblico viene coinvolto, grida e accompagna l’esecuzione battendo il tempo con le mani. Ecco allora l’offerta d’amore volutamente dimessa, decisamente “low-fi” - come del resto tutto il personaggio - di “I May Not Be Your Kind”, a cui fa seguito “Ghost Writer” una ballata con echi dylaniani e ancora “Rebel Love”, appassionata ed intensa, tanto che proviamo ad immaginare come sarebbe eseguita con l’E-Street Band di Bruce Springsteen. Lui intanto dialoga con il pubblico presente, ricorda ancora l’italiano (ha vissuto per qualche tempo a Firenze, dove ha frequentato una scuola d’arte) confessa che il peggio è passato, promette di tornare ancora, con tutto il gruppo, e poi esegue “Gotta Get Away From This World” e “She Didn’t Lie” un brano che risale al 1972 e che Garland dedica ai suoi genitori, e a quelli di Alan, che sono in cielo. Ancora qualche battuta sulle prossime elezioni americane, lui sta dalla parte di Kerry (non ne avevamo dubbi) e di nuovo ci regala un pezzo di storia con “New York Skyline” che precede tutta una serie di ballate acustiche come “School Yard Blues” e “35 mm Dreams” da lui stesso definite “rocking chair songs”, canzoni da sedia a dondolo, rilassate e piacevoli. “Color Line” e una bellissima “She Belongs To Me” eseguita - gioco forza - “a cappella” , perché il suono della chitarra era già stato disinnescato, chiudono una serata fantastica. Subito dopo Garland Jeffreys, che attualmente è senza contratto discografico, si siede ad un tavolo, autografa cd e dischi in vinile e si mette a vendere (20 euro ogni copia) un cd intitolato “A Collection” da lui stesso compilato e masterizzato al computer. E’ triste doverlo ammettere ma è questo - insieme ai concerti dal vivo - l’unico mezzo di sostentamento per un artista del suo calibro. L’industria del disco, quella che paga profumatamente mezze figure e sciacquette, va in un’altra strada.
Articolo del
14/10/2004 -
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