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New York 1977. Il punk è appena passato come un ciclone. Molti, svanite le utopie degli anni ’60, cominciano ad interrogarsi increduli. Il “futuro” sembra essere appeso ad un filo, sospeso sull’orlo di un precipizio. La prospettiva rovesciata, tutta in discesa del punk ha lasciato dietro di sé provocazioni, ferite, pustole e rottami di musica sparsi qua e là lungo viali deserti e fatiscenti. L’idea che comincia a serpeggiare fra i musicisti dell’epoca, dagli States alle coste britanniche, è quella di una sorta di ricostruzione: non tanto una pausa riflessiva, quanto piuttosto una vera e propria “rinascenza” di idee, stili e tendenze, dal momento che il punk aveva dissacrato tutto e distrutto tutto. Sebbene l’etichetta “New Wave” sia riduttiva, nel senso che non può e non potrà mai descrivere appieno la complessità del fenomeno, degli esperimenti e delle direzioni che furono intraprese, essa potrà comunque servire a delimitare almeno temporalmente i protagonisti della scena, che a quell’etichetta si ispirarono, più o meno consapevolmente. Il tutto si svolse come sappiamo fra la seconda metà degli anni ’70 ed i primi anni ’80. Vi parteciparono artisti d’ogni provenienza, gente in cerca di fortuna, curiosi, sperimentatori di nuove sonorità, esordienti alle prime armi, ma anche veterani, come l’inossidabile e poliedrico Brian Eno (teorico della cosiddetta “music for no musicians”, di cui il punk fu soltanto espressione rozza ed istintiva) nonchè produttore ed ispiratore di una miriade di nuovi gruppi al centro dell’attenzione. Bene, è proprio in un garage di New York che agli inizi degli anni ’70 si conoscono e cominciano a suonare insieme David Byrne, Tina Weymouth, Chris Franz e Jerry Harrison. Legati alla scena studentesca della grande metropoli, frequentano la Rhode Island School of Design ed iniziano nel frattempo ad elaborare un proprio “sound” originale ed inconsueto. Abbinano disinvoltamente influssi musicali eterogenei. E’ evidente infatti il tentativo di appropriarsi in principal modo della tradizione musicale americana, dal garage rock alla musica nera al folk, con l’idea comunque predominante di rimettere in discussione, attraverso l’ironia, il ritratto impietoso e graffiante, il capovolgimento degli schemi, la dissacrazione, l’analisi sociologica e culturale, lo stesso assunto di fondo della società americana: che la vita sia né più né meno che un qualcosa di riconducibile al “consumo”, un prodotto di consumo, appunto. E’ evidente (sembrano dire i Talking Heads) che questa idea è quanto di più profondo attraversa la mente degli americani, è il loro stile di vita, il loro modello comportamentale, ma non solo: è il loro stesso approccio esistenziale. Ritornano alla mente i pomodori Campbells di Andy Wharol, i bar e gli angoli di strada dipinti da Hugh Hopper, i cinema all’aperto (e i fast food) per automobilisti. Brani come “The Big Country” o “Once in a lifetime” rappresentano soltanto una trasposizione musicale di questo concetto. Quando si citano i Talking Heads nell’ambito della cerchia dei cosiddetti “padri fondatori” della New Wave, sarebbe comunque opportuno fare delle piccole quanto sottili distinzioni: innanzitutto i Talking Heads impersonarono la New Wave americana, così differente nello spirito e nelle idee da quella europea; in secondo luogo ne rappresentarono - se è lecito usare questo termine - l’intelligentia ovvero l’anima propositiva, piuttosto che l’anima dark, decadente, noir, così in auge presso certi ambienti. La disillusione, che nel punk aveva finito col generare nuove forme di nichilismo e disimpegno anarcoide, diventa ora occasione di riflessione, di discussione, di ripensamento. Le utopie della beat generation vengono riconsiderate alla luce della situazione attuale. I Talking Heads sono forse l’esempio più calzante di questa “nuova ondata”. Furono una fucina di idee e progetti, furono degli attenti osservatori della società americana, ne interpretarono sia gli aspetti più banali che l’avanguardia. Instancabili, quasi anfetaminici nel pensare (di qui probabilmente il nome di “Talking Heads”), sviscerarono profonde e quanto mai “lucide” analisi politiche. Non si abbandonarono mai all’autolesionismo, tipico di tanta cultura punk e dark di quegli anni. I tempi imponevano d’altronde un diverso approccio culturale ed esistenziale alla realtà: più disilluso ed essenziale, non a caso “minimalista”. Essere “teste parlanti”, comunicanti, esigeva un certo rigore, soprattutto intellettuale. Il gruppo elaborava idee che poi si riproducevano come algoritmi e generavano altre idee, altre analisi, altre evoluzioni. Ma quanto detto risulterebbe incomprensibile se non lo si valutasse alla luce della loro produzione. Era l’anno 1977 ed esce il loro primo album, titolato appunto “’77”. Un album come si è detto, semplice ma al tempo stesso geniale, dalla ritmica lineare sulla quale tuttavia si intessono improvvise impennate di schizofrenica ed irriverente lucidità (ad esempio “Psyco Killer”), o di humour iconoclasta ed intellettuale, con pungenti sferzate all’establishment (“Don’t worry about Governement”). Un pop semplice e ad un tempo duro, schegge di pop art, contaminazioni funky, melodie intenzionalmente e disinvoltamente spensierate, il tutto accompagnato dalla voce isterica e sghemba di David Byrne. A distanza di un anno esce “More Songs about Buildings and Food” ed inizia la fortunata collaborazione con Brian Eno. Il concetto wharoliano di “Factory”, inteso come laboratorio di idee e sperimentazioni, si attua adesso nel modo più esemplare: da un lato viene arricchito dalle idee innovative nonchè dalle raffinate atmosfere di confine sapientemente orchestrate da Eno, inventore della cosiddetta “ambient music”, e dall’altra si espande stimolato dal talento creativo ed instancabile di Byrne e company.
Articolo del
24/05/2002 -
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